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La sirena della moneta fiscale

22/04/2018 08:00

C’è molta confusione sulla moneta fiscale. Non è il pasto gratis che molti propagandano. Emettere moneta fiscale per 100 miliardi è esattamente come un taglio alle tasse di 100 miliardi, una cifra pazzesca ed insensata, che genera un aumento equivalente delle passività dello stato.

“Moneta fiscale”, “moneta complementare”, “minibot”: sono tutte espressioni equivalenti, usate per indicare una  via alternativa  per rilanciare l’economia,  un modo per aggirare il monopolio della produzione di moneta da parte della Bce senza dover uscire  dall’euro.

Essa consentirebbe di mettere “potere d’acquisto” extra nelle mani dei cittadini, e quindi di innescare il meccanismo del moltiplicatore aumentando consumi, reddito e occupazione.

In ciò che segue partirò dalle stesse ipotesi dei proponenti, e   mostrerò che le varie proposte di moneta fiscale sono esattamente equivalenti ad un taglio di tasse di pari ammontare nei loro effetti su potere d’acquisto,  reddito e  occupazione, ma anche sulle passività dello stato (il debito pubblico).

Date le ipotesi di partenza e la logica del modello usato dai fautori della moneta fiscale, questo risultato è  puramente una questione di contabilità nazionale.

Chi propone di immettere una quantità permanente di moneta fiscale pari a 100 o 200 miliardi (una cifra usuale tra i fautori di questa proposta) sta quindi proponendo esattamente di fare un taglio di tasse di 100 o 200 miliardi ogni anno, una cifra semplicemente pazzesca, considerato anche che si aggiungerebbe alle decine di miliardi delle altre proposte.

COSA È LA MONETA FISCALE

La formulazione più compiuta della proposta  è  contenuta nell’ebook di MicroMega “Per una moneta fiscale gratuita.

Come uscire dall’austerità senza spaccare l’euro” a cura di Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Enrico Grazzini e Stefano Sylos Labini, con la prefazione di Luciano Gallino. La moneta fiscale è  un  Certificato di Credito Fiscale (CCF), cioè  un titolo emesso dallo stato che può essere usato, alla scadenza, per pagare tasse, multe, ed altre obbligazioni finanziarie verso lo stato,  per un valore pari al valore facciale del titolo stesso.

Poiché il  titolo  è trasferibile a terzi, se emesso in tagli sufficientemente piccoli è possibile che possa circolare come quasi-moneta, cioè possa essere utilizzato per fare acquisti di beni e servizi. Se si forma un mercato secondario sufficientemente liquido, un  CCF è dunque “potere d’acquisto extra”.

MONETA FISCALE E BOT SONO  LA STESSA COSA

Prima di proseguire, è fondamentale chiarire un concetto che è spesso frainteso dai fautori della moneta fiscale: i CCF non sarebbero debito pubblico, perché hanno natura “monetaria” e non di debito.

Questo è profondamente errato. Sicuramente un BOT (il tipico titolo di debito pubblico) e un CCF sono una passività dello stato. Una passività è un impegno a trasferire al possessore del titolo un certo ammontare di risorse a scadenza. Un BOT  è  ovviamente una passività dello stato, perché è un pezzo di carta che dice: “alla scadenza di questo BOT, lo stato ti dà 100 euro”.
Ma anche un CCF  lo è,  perché è come se lo stato dicesse: “alla scadenza di questo CCF, lo stato ti ridà 100 euro di tasse che hai pagato”. Non c’è alcuna differenza rispetto a un BOT.

Inoltre, entrambe queste passività possono essere facilmente vendute dal possessore sul mercato secondario, senza  aspettare la scadenza.

In questo senso sono passività liquide. Anche da questo punto di vista non c’è differenza sostanziale tra i due strumenti.

Da tutto questo discende una conseguenza: un  BOT e un CCF sono la stessa cosa. Entrambi sono passività dello stato. Entrambi possono essere scambiati contro  moneta legale.
Insomma, se un CCF da 100 euro è “quasi moneta”, “potere d’acquisto extra”, lo deve essere anche un BOT. (Ovviamente per essere considerati come “quasi moneta” sia i BOT sia i CCF dovranno essere emessi in tagli sufficientemente piccoli, ma questa è l’unica condizione.).

Di seguito, quindi, per evitare di restare impantanato in disquisizioni semantiche inutili con chi non apprezza il termine “debito pubblico”,  mi riferirò a BOT e CCF come “passività dello stato”.

COME FUNZIONA LA MONETA FISCALE

Tutto quello che dobbiamo fare per comparare gli effetti di una emissione di moneta fiscale e di un taglio alle tasse è  dunque stabilire gli effetti sul potere d’acquisto dei due esperimenti, dove il potere d’acquisto è definito come:

Potere d’acquisto = Reddito in euro + CCF + BOT

In altre parole, dobbiamo solo stabilire quanti Euro + CCF + BOT hanno in tasca i cittadini alla fine dei due esperimenti, e di quanto cambiano  le passività pubbliche,  cioè la somma di BOT +  CCF.

La Tabella 1 registra i movimenti delle due componenti del potere di acquisto, cioè BOT + CCF (riga 5) ed euro (riga 6) in tasca ai cittadini, nei due esperimenti (In ciò che segue, il tasso di interesse, per semplicità, è zero.

Inoltre nella situazione  iniziale il disavanzo dello stato è pari a 0: le tasse sono esattamente sufficienti a pagare la spesa pubblica).

Tabella 1: gli effetti della moneta fiscale e di un taglio di tasse

Se lo stato emette CCF per 100 euro nell’anno 1, il potere d’acquisto aumenta di 100 euro (colonna 1, righe 1 e 7).

Se invece lo stato taglia le tasse per 100 euro (colonna 2), ovviamente i cittadini hanno 100 euro di più in tasca (riga 2). Lo stato finanzia il taglio alle tasse emettendo BOT per 100 euro, che i cittadini  comprano sborsando 100 euro (righe 3 e 4). Alla fine quindi hanno BOT per 100 euro in più e gli stessi euro in tasca (righe 5 e 6).
Quindi nell’anno 1 il potere d’acquisto aumenta esattamente dello stesso ammontare,  100 euro, in entrambi i casi (riga 7).  Anche le passività dello stato aumentano esattamente dello stesso ammontare, 100 euro (riga 5): cambia solo la composizione, CCF nel primo caso, BOT nel secondo, ma come sappiamo questo è irrilevante.

Nell’anno 2, nel caso di moneta fiscale (colonna 3) i CCF emessi l’anno precedente scadono e scompaiono dalla circolazione.

Lo stato emette altri 100 euro di CCF, in sostituzione di quelli scaduti, quindi ci sono sempre 100 euro di CCF in circolazione (riga 1).  Ma ora c’è anche il taglio alle tasse di 100 euro, che va finanziato con BOT (righe 2,3 e 4). Quindi alla fine i cittadini hanno CCF per 100 euro e BOT per 100 euro, e gli stessi euro in contanti in tasca (righe 5 e 6).
Il loro potere d’acquisto è aumentato di 200 euro (riga 7). Nel caso di un taglio di tasse (colonna 4), nell’anno 2 ovviamente i cittadini incassano 100 euro in contanti dal taglio di tasse (riga 2), che poi sborsano per finanziare l’acquisto di BOT emessi per finanziare il disavanzo (riga 3).  Quindi i cittadini hanno 100 euro di BOT in più che vanno ad aggiungersi ai 100 euro di BOT emessi l’anno precedente e rinnovati (righe 4 e 5), e gli stessi euro in tasca  (riga 6).

Come nel caso di emissione di CCF, il loro potere d’acquisto è quindi aumentato di 200 euro (riga 7). L’unica differenza come al solito è nella composizione delle passività: là erano 100 euro di BOT e 100 euro di CCF, qui 200 euro di BOT, ancora una volta  una differenza puramente nominale.

I MINIBOT

I  minibot  del programma del centrodestra sono dei CCF che verrebbero emessi per pagare i debiti dello stato verso le imprese; i crediti di imposta pluriennali, i crediti iva delle piccole e medie imprese e dei professionisti, etc..

I minibot dunque anticipano il pagamento di una passività dello stato non mobilizzabile, e che quindi non è potere d’acquisto perché non negoziabile. Da qui in poi l’effetto è come quello di una distribuzione gratuita di CCF, eccetto che le passività dello stato non cambiano: aumentano però le passività liquide, che costituiscono potere d’acquisto, e diminuiscono quelle non mobilizzabili, che non sono potere d’acquisto.

I CCF SI PAGANO DA SOLI?

Uno dei vantaggi dei CCF, secondo alcuni suoi fautori, è che si pagano da soli: l’emissione di CCF aumenta il potere d’acquisto e  fa aumentare il Prodotto Interno Lordo.

Le tasse incassate dallo stato quindi aumentano, e questo più che compensa la riduzione del gettito delle tasse quando i CCF vengono presentati all’incasso.

Che i CCF si paghino da soli, cioè che il disavanzo non cresca o addirittura diminuisca, è ovviamente una questione empirica.
Ma abbiamo appena visto che i CCF sono esattamente uguali a un taglio di tasse; quindi la questione è esattamente identica alla plausibilità empirica della teoria della “curva di Laffer”, secondi cui i tagli di tasse si pagano da soli.  C’è ben poco supporto empirico per questa teoria.

Questo lavoro è basato in gran parte sul capitolo 5 del mio libro: Falso! Quanto costano veramente le promesse dei politici, Feltrinelli, 2018.

Di Autore: La Voce Fonte: News Trend Online

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