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Dicembre non adatto ai deboli di cuore 

10/12/2018 09:20

La prima settimana borsistica di dicembre, lungi dal confermare quelle che sembravano le intenzioni di rally di fine anno, stimolato dalla famosa cena della tregua tra Trump ed il cinese Xi, ha prodotto una sgradevole sensazione di incertezza e fragilità, con i mercati in balia di volatilità ed isterismi che mal si accompagnano a scenari fiduciosi nel futuro.

A guidare la danza della volatilità sono stati come sempre i mercati azionari americani, che hanno sballottato anche gli altri indici per tutta la settimana.

Una settimana che per i mercati USA è stata corta, inframmezzata dalla chiusura straordinaria per i funerali dell’ex Presidente George Bush padre, ma che, sull’indice SP500, è riuscita a percorrere a zonzo una quantità di punti che non ricordo di aver visto negli ultimi 10 anni.
Dopo il rialzo di lunedì, trainato dallo spot pubblicitario della cena della tregua, che ha ingannato i mercati, facendo credere a chissà quali passi avanti, mentre in realtà è stato concordato solo di tornare a parlarsi prima di alzare nuovamente i dazi, la presa di coscienza della bufala ha causato il capitombolo di oltre -3% di martedì scorso, seguito mercoledì dalla chiusura per funerale.

Giovedì è arrivata la notizia dell’arresto della direttrice finanziaria di Huawei, una mossa decisamente ostile per un contesto di tregua, che ha convinto i mercati a scendere ulteriormente fino a vedere il precipizio degli ultimi supporti (i minimi raggiunti a ottobre e novembre).
Qui però le mani sante, che quasi sempre intervengono a protezione dei principali supporti, e l’abitudine del popolo degli investitori USA di comprare sull’orlo del baratro, che negli ultimi 10 anni ha dato un sacco di soddisfazioni, hanno riportato in alto l’indice con un minirally di metà seduta.

Ma di nuovo, venerdì, il pessimismo è tornato a prendere in mano le redini del mercato e l’indice principale è nuovamente sceso di due punti e mezzo, adagiandosi ancora sul livello di area 2.630, che sembra ora essere veramente l’ultima spiaggia per evitare l’avvitamento ribassista di lungo periodo.

Gli altri mercati mondiali hanno seguito in modo più o meno fedele le bizze dell’azionario USA.
Il risultato è stato una settimana negativa praticamente per tutti gli indici azionari del mondo. Tra i più importanti, i meno peggio sono stati gli indici asiatici, con cali settimanali nell’ordine di 2-3 punti percentuali. Le borse europee se la sono cavata con 4-5 punti di perdita (-4,9% l’indice dell’Eurozona Eurostoxx50, ma -5,9% il Dax tedesco e -4,5% il nostro Ftse-Mib).

Peggio di tutti ha fatto l’azionario USA con -5,6% per SP500 e Dow Jones, mentre Nasdaq100 ha fatto -4,8%. Come sempre capita in questi casi, il VIX, l’indice che rappresenta la paura di ribasso percepita dai mercati, si è impennato fino in area 25, assai lontano dai 16 punti di lunedì scorso, e con escursioni quotidiane da cardiopalma.

Se vogliamo individuare i componenti dell’orchestra che ha scatenato la volatilità in questo ballo frenetico, non basta riferirsi solo alle perplessità sulle reali intenzioni dei combattenti della guerra commerciale.

Peraltro Trump continua a spergiurare che le trattative stanno procedendo molto bene, e pare essere stato spiazzato dalla richiesta d’arresto della manager di Huawei, avvenuta proprio mentre lui conversava amabilmente con i cinesi a Buenos Aires. Pensa che i tribunali gli stiano remando contro, come tutto il mondo, del resto.


Occorre anche dare uno sguardo ai rendimenti dei mercati obbligazionari.
Il voltafaccia di Powell, che ha cambiato con una sola dichiarazione i parametri che la FED sembrava intenzionata ad usare per la politica monetaria del prossimo anno, è stato troppo repentino per essere un semplice svarione comunicativo.

I mercati cominciano a chiedersi, preoccupati, che cosa sa Powell, che loro non sanno.

Quale clamorosa novità albergherà mai nel percorso della crescita USA, da spingere Powell al repentino dietrofront? Con la fine del traino dello sconto fiscale sugli utili netti delle imprese, il 2019 ci porterà solo un rallentamento della crescita oppure una vera e propria recessione?

Nel dubbio una gran folla di investitori cambia treno, scendendo da quello azionario, che ha fatto già tantissima strada, e sale su quello dei Treasury Bond, che dall’estate del 2016 e fino ad ottobre di quest’anno hanno subito un drastico ridimensionamento delle quotazioni, che ha accompagnato il rialzo dei rendimenti fino a ben oltre il 3% sulle durate decennali.

Il loro acquisto pare non particolarmente conveniente se confrontato con un azionario al galoppo, trainato da una crescita economica in accelerazione, come quello che abbiamo visto fino a quest’estate. Ma diventa invece un grosso affare se lo scenario futuro sarà quello di un vistoso rallentamento del tasso di crescita del PIL e degli utili aziendali.
Questo cambio di scenario sta spingendo così al ribasso il rendimento del Treasury decennale, che dal 3,25% toccato poco più di un mese fa, ora è sceso al 2,85% di venerdì scorso.

Parimenti si sta schiacciando la curva dei rendimenti. Qui, dopo aver già certificato nei giorni scorsi l’inversione di segno del differenziale tra la durata 5 anni  e la durata 2 anni, passato in negativo, sarà difficile evitare che tra qualche settimana anche il differenziale 10y – 2y diventi anch’esso negativo.

Non dimentichiamo che la FED tra poco più di una settimana aumenterà i tassi ufficiali di un quarto di punto e questo rialzo sarà ovviamente recepito assai più dalla durata 2 anni che da quella a 10 anni.

L’inversione del doppio ramo della curva dei tassi (quello 5-2 e quello 10-2), nelle ultime 6 recessioni avvenute dagli anni 80 in poi, ha sempre anticipato di circa un anno la dichiarazione ufficiale di recessione e di circa 6-10 mesi l’arrivo di una profonda correzione sui mercati azionari.

Si comprende perciò l’origine del nervosismo.

A questi focolai di volatilità, che sembrano già bastare, questa settimana dovremo aggiungere altro.

Nella notte la comunicazione di un dato pessimo sul PIL giapponese ha diffuso conferme sul rallentamento della crescita globale e pesato sull’indice Nikkei, contribuendo ad un’apertura odierna dei mercati europei che non potrà essere positiva.

Ma domani avremo la prova del fuoco con il voto del Parlamento inglese sulla Brexit, che potrebbe portare al caos se verrà bocciata l’ipotesi di accordo concordata con la UE dal premier Theresa May.

Ad oggi i voti per farla passare non ci sono e l’ipotesi “No Deal” è quella più probabile.

Ma è anche quella più devastante, in grado di provocare turbolenze aggiuntive sui mercati.

Tutto fa pensare che la settimana che vivremo non sia adatta ai deboli di cuore.

 

Autore: Pierluigi Gerbino Fonte: News Trend Online
 


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Borsa Economia Finanza Indici Mercati Usa

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