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Guerra commerciale USA-Cina, verso un mondo diviso in tre

13/06/2019 12:34

Kim Catechis, Head of Emerging Markets di Martin Currie, affiliata del gruppo Legg Mason, spiega che Stati Uniti e Cina sono invischiati in un’esplicita guerra commerciale, a cui sottostà una guerra fredda sui temi tecnologici. Gli investitori nei mercati finanziari hanno le idee chiare sulle implicazioni di breve periodo, e questo agevola le scelte per quanto riguardo questa finestra temporale.
Al contrario, le conseguenze di lungo periodo sono meno ovvie e l’impatto duraturo sulla catena del valore e sui processi decisionali è sottovalutato. La conclusione inevitabile da trarre è che il mondo stia inesorabilmente andando incontro ad un lungo periodo di divergenza economica e politica, che ha alcune somiglianze con la Guerra Fredda del passato, ma per certi versi è più invasivo e pericoloso per gli investitori.

L’effetto collaterale di tutto ciò sarà la divisione del mondo in tre aree, con un ritorno diffuso ad un maggior interventismo da parte dei governi. In ultima analisi, potremmo arrivare alla formazione di tre blocchi distinti (uno a guida USA, uno a guida cinese e, infine, un terzo che potremmo chiamare “il vecchio ordine globale”) caratterizzati da un aumento dell’interdipendenza politica ed economica.

Questo presumibilmente porterà ad un’accelerazione nell’adozione di nuove tecnologie, ma al costo di un alto rischio di sconvolgimento delle rotte commerciali e di effetti negativi sui rendimenti degli investimenti.

Quale via d’uscita?

Storicamente, le guerre commerciali durano un solo round - spiega Kim Catechis -.
Entrambe le parti infatti ad un certo punto arrivano a capire che si stanno danneggiando, e che continuare le ostilità vorrebbe dire solo aumentare il costo finale. Data la quantità di capitale politico investito e il danno economico sostenuto dopo il primo round, in genere entrambe le parti trovano un accordo per salvare la faccia decidendo di sottostare alle regole del WTO (World Trade Organization).

Nel caso di specie, appare improbabile che il WTO possa essere la via di risoluzione vista l’avversione della Casa Bianca nei confronti dei trattati multilaterali. Sembra più probabile che l’amministrazione americana firmi un accordo con Pechino da poter presentare come una vittoria, quando invece non sarebbe altro che una tregua precaria.
La Cina sarà motivata ad accettare l’accordo, riconoscendo l’importanza delle scadenze elettorali americane, ottenendo così un alleggerimento della pressione nei confronti della propria economia e preparandosi all’inevitabile secondo round della disputa.

Un mondo diviso in tre

Come detto, la conseguenza non programmata di questa guerra commerciale sarà una maggior divergenza dei benefici commerciali, sia tra i vari stati che tra zone diverse di uno stesso paese - spiega Kim Catechis -.

I consumatori alla fine si ritroveranno a pagare prezzi più alti, alimentando l’inflazione. I paesi, le regioni e le città più colpiti dalla guerra commerciale perderanno investimenti, entrate e occupazione, mettendo ulteriormente alla prova le finanze dei governi locali.
 Il budget per la manutenzione delle infrastrutture e per i servizi pubblici verrà ridotto, e abbiamo già visto in passato l’impatto intergenerazionale negativo di questo tipo di sviluppi.

Se la guerra commerciale continuerà con questa intensità potrebbe trascinare nella disputa altri attori, i quali a loro volta potrebbero reagire ai dazi imposti a loro danno.

Questa escalation probabilmente porterà ad un ritorno generalizzato di un maggior interventismo statale, in quanto gli elettori lo esigeranno dai loro rispettivi governi. L’approccio interventista diventerà più diffuso, anche in quei paesi con una tradizione capitalista e liberale, anche perché la classe politica comincerà ad apprezzare il fatto di avere più leve a loro disposizione.
La conseguenza positiva sarà un’accelerazione nell’adozione e nella promozione di alcune nuove tecnologie, ma al costo di uno sconvolgimento permanente delle rotte commerciali e di effetti negativi sui rendimenti degli investimenti.

I paesi che vengono da una lunga tradizione di interventismo statale si adatteranno più rapidamente, e nell’immediato saranno avvantaggiati.

Quelli che invece non lo faranno rischieranno di mettere un’ipoteca sulla propria crescita futura e sulla solidità delle proprie istituzioni. In ultima analisi, si potrebbe arrivare alla formazione di tre “campi” distinti (uno a guida USA, uno a guida cinese e, infine, un terzo che potremmo chiamare “il vecchio ordine globale”) con una forte interdipendenza politica ed economica al loro interno.


Il gruppo guidato dalla Cina: composto per lo più dai paesi coinvolti nel progetto della Nuova Via della Seta e da quelli che hanno firmato il RCEP, il trattato commerciale sponsorizzato dalla Cina che coinvolge la maggior parte dei paesi asiatici e del Pacifico occidentale.

Questo gruppo di paesi godrà di volumi e valori di scambi crescenti, allo stesso tempo diventando sempre più allineato alla sfera geopolitica di Pechino. Al suo completamento, il RCEP avrà dimensioni e ampiezza impressionanti. Riguarda infatti 3,5 miliardi di persone e il 33,3% del Pil mondiale, il tutto seguendo le regole del WTO.

I resti del vecchio ordine mondiale: ne farebbero parte Giappone, l’UE e alcuni paesi del sud-est asiatico e del Pacifico, in virtù dell’Accordo di partenariato economico UE-Giappone e del Partenariato Trasn-Pacifico (CPTPP) - spiega Kim Catechis -.

L’accordo tra Europa e Giappone, tra l’altro, mette in condizione di grave svantaggio il Regno Unito dopo la Brexit. L’accordo coinvolge complessivamente 638 milioni di consumatori, il 28%  dell’economia mondiale e oltre un terzo degli scambi globali. Il CPTPP conta a sua volta oltre 753 milioni di consumatori, il 15% dell’economia mondiale e mette a sua volta in una situazione di svantaggio i paesi non membri rispetto a quelli membri; le aziende americane in questi mercati sono infatti ora in condizione di svantaggio nei confronti dei loro concorrenti canadesi, messicani, giapponesi e australiani.

Allo stesso modo le aziende thailandesi, coreane e con sede a Taiwan saranno in difficoltà nei confronti dei concorrenti malesi, vietnamiti e giapponesi.

Il gruppo USA: costituito dagli Stati Uniti, la cui economia è relativamente meno dipendente dal commercio, e da un numero ridotto di paesi non allineati che con il passare del tempo diventeranno meno rilevanti come partner commerciali, a causa dell’erodersi della loro abilità di competere sul piano tecnologico.

Il Regno Unito è candidato a rientrare in questo gruppo di paesi qualora si verificasse una “Hard Brexit”, che comporterebbe la perdita dei benefici dati dalla cooperazione con l’UE sulla ricerca tecnologica, senza che la Gran Bretagna possa da sola tenere il passo con gli USA in questo campo.

Logicamente, una guerra commerciale prolungata rischia di intensificarsi e coinvolgere altri paesi, portando ad un trincerarsi su posizioni distanti e a ulteriori barriere commerciali diverse dai dazi - spiega Kim Catechis -.

Si tratterebbe di uno sconvolgimento permanente delle catene globali del valore e, di conseguenza, dei margini di profitto nella maggior parte dei settori. A mano a mano che gli effetti secondari si ripercuotono sulle economie, assisteremo al ritorno di pressioni inflazionistiche, che a loro volta innescheranno un innalzamento dei tassi di interessi e ulteriori pressioni sui margini.
I mercati azionari, al momento, non hanno ancora cominciato ad considerare gli effetti a lungo termine sul mondo delle imprese.

UBS ha pubblicato recentemente un report sull’impatto sulla crescita economica, l’inflazione e i mercati finanziari, secondo cui la crescita del Pil mondiale potrebbe diminuire dell’1%, con i maggiori effetti soprattutto sugli USA (-2,45%) e la Cina (-2,3%).

I tassi di interesse saranno colpiti più delle valute, e tutti i mercati azionari potrebbero arrivare a perdere circa il 20%.

L’Australian Productivity Commission, a sua volta, ha pubblicato un report in cui afferma che se tutti i paesi alzassero i dazi del 15%, il Pil globale scenderebbe del 2,9% .

Per un po’, sembra lecito aspettarsi che i paesi più sviluppati continuino a ricercare accordi commerciali multilaterali, come il Partenariato Trans-Pacifico, la RCEP e gli accordi UE-Giappone - spiega Kim Catechis -.

Questo dovrebbe, in teoria, portare il volume degli scambi “extra-USA” a crescere a sufficienza da fornire un cuscinetto rispetto a potenziali barriere commerciali poste dagli USA. Potrebbe funzionare, ma solo fino a quando ogni paese non sarà costretto a scegliere con quale campo schierarsi.

Autore: Pierpaolo Molinengo Fonte: News Trend Online
 


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Cina Economia Investment Mercati Usa

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