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I nuovi orizzonti di economia e mercati

17/01/2020 14:00

Il modernismo non è stato un movimento ma un orientamento. Ha espresso, nei primi due decenni del Novecento, l’inquietudine borghese e la ricerca nervosa di un nuovo canone alternativo. L’irrompere del quarto stato nella storia e il bagno di sangue della Grande Guerra hanno generato una perdita di senso di sé nelle élites, stimolandole alla produzione di forme nuove di pensiero.
Gramsci definì il modernismo come rivoluzione passiva. In Germania divenne alla fine una Konservative Revolution, ma il modernismo lambì anche il movimento operaio ed egemonizzò culturalmente i primi anni della Russia sovietica.

Figlio di Nietzsche, il modernismo espresse Weber e Freud nelle scienze dello spirito, la dodecafonia nella musica, il Bauhaus in architettura, l’espressionismo nell’arte, Joyce e Pound in letteratura.

In economia arrivò un po’ più tardi con Fisher, Hicks e Keynes.

Mezzo secolo più tardi il postmodernismo, figlio di un Nietzsche minore, riprende il lavoro di decostruzione del modernismo e lo porta a compimento decostruendo anche il modernismo, respingendo la stessa idea di canone e lasciando alla fine un campo fumante di macerie.
Solo con Foucault e Lacan c’è ancora emozione e tensione, negli altri prevale il bricolage e un senso di vuoto.

In economia il modernismo si fa sistema e pensiero unico con la sintesi neoclassica-keynesiana e perde progressivamente slancio. Il monetarismo tiene banco per due decenni scarsi ma rimane nel solco keynesiano, limitandosi a spostare l’accento dalla domanda all’offerta e dal fiscale al monetario.

Gli anni Settanta danno un duro colpo alla sinistra keynesiana e alle sue illusioni di controllo della domanda. Le ricadute della globalizzazione danno un duro colpo al modello neoliberale e alle sue illusioni di controllo dell’offerta. I pesanti interventi fiscali degli anni Sessanta e Settanta producono inflazione invece di crescita.
I sempre più pesanti interventi monetari della fase più recente producono prima un’illusoria stabilità e alla fine una stagnazione secolare dell’economia reale cui si cerca di porre rimedio reflazionando gli asset finanziari in un ciclo continuo di bolle e di crash.

Una dopo l’altra, molte delle verità a cui ci eravamo abituati a credere si sgretolano davanti ai nostri occhi e al canone precedente subentra un bricolage vagamente postmoderno.

Andando più o meno in ordine cronologico ha cominciato Marvin Minsky, già negli anni Novanta, a picconare l’illusione che ci possano essere insieme crescita e stabilità.

Cominciava allora a diffondersi la teoria della Grande Moderazione, l’idea compiaciuta che, dosando bene moneta e bilancio pubblico, ci potesse essere crescita infinita senza inflazione. Peccato, fece notare Minsky, che in un quadro così idilliaco i mercati non siano mai capaci di rimanere tranquilli e che non manchino mai di finire in bolla e poi di andare in crash con ricadute pesanti sull’economia.

Poi è arrivata la finanza comportamentale, che ha minato alle basi la Modern Portfolio Theory che qualcuno tenta di praticare nei portafogli ancora oggi.

E poi la Cina, che con il suo sviluppo impetuoso accompagnato a un’involuzione autoritaria, a massicci sostegni statali ai settori strategici e a un ampio protezionismo su tutta la linea ha messo in discussione l’idea che si possa crescere bene solo all’interno di una democrazia liberale e in un libero mercato.

Dopo la Grande Recessione del 2008 la crisi del canone occidentale è andata accelerando.

L’idea di una crescita bassa ma costante e duratura (una versione light della Grande Moderazione) ci ha certamente evitato una ricaduta nel caos, ma si è scontrata con la constatazione che gli stimoli monetari necessari a mantenere un minimo di crescita non solo vanno resi permanenti ma perdono efficacia nel tempo.
Senza contare che la crescita bassa, alla lunga, genera nella pubblica opinione una grande voglia di cambiare classe dirigente e paradigma sociale.

L’idea che a tassi più bassi e, nel caso, negativi corrisponda sempre una minore propensione al risparmio e una maggiore disponibilità a consumare e a investire si è infranta davanti alle famiglie che, per compensare i tassi negativi, risparmiano di più e non di meno e davanti alle imprese che, con denaro a costo zero per tutto l’orizzonte prevedibile, non hanno nessuna fretta di correre a farsi prestare soldi per ampliare la capacità produttiva quando è più semplice e divertente usare la liquidità per comprare azioni proprie e alimentare la bolla.


La Grande Recessione ha messo in crisi anche l’idea premodernista dell’austerità come via dolorosa verso la crescita, la riduzione del debito pubblico e la compressione dei tassi da pagare per questo debito.

Nel 2000 gli Stati Uniti erano in surplus di bilancio, avevano un debito pari al 55 per cento del Pil che pensavano di azzerare entro dieci anni (secondo i calcoli ufficiali del Congressional Budget Office) e pagavano sui Treasury decennali l’astronomico tasso reale (reale, si noti, non nominale) del 4.3 per cento.
Vent’anni dopo si ritrovano con la prospettiva a perdita d’occhio di un disavanzo pubblico del 5 per cento, con un debito netto proiettato al 2030 al 105 (che diventa ben più alto se calcolato all’europea) e con tassi reali sul decennale a meno 0.5. È evidente, scrive sul suo diario l’ambasciatore marziano, che sulla Terra più sale il debito più scende il suo costo.

Sono i miracoli della monetizzazione di fatto del debito, quella che riduce non solo il costo ma anche la quantità del debito stesso.

Fino a pochi anni fa il debito pubblico giapponese era del 240 per cento del Pil, oggi è del 140 nonostante i continui deficit annuali. Si è semplicemente cambiato il metodo di calcolo e si è convenuto che i titoli acquistati dalla banca centrale sono di fatto ritirati per sempre dalla circolazione, in pratica annullati.
Soluzioni semplici per problemi che sembravano tragici.

E d’altra parte non si parla più nemmeno di crowding out (e i giovani non sanno nemmeno che cos’è) perché non è più vero che le emissioni crescenti di debito pubblico tolgono spazio a quelle di debito privato aumentandone il costo.

Ormai le banche centrali comprano anche debito privato, che del resto gode comunque di tassi negativi o risibili. E un giorno non lontano le banche centrali compreranno anche azioni, quando non lo fanno già come in Giappone.

Di fronte a un quadro che cambia così radicalmente è legittimo che un investitore si chieda quanto abbia ancora senso agire su base fondamentale e studiare i bilanci degli stati e delle società prima di comprare qualcosa.
Non è meglio chiudere gli occhi e buttarsi nel flusso?

Questa è probabilmente la domanda per i prossimi dieci anni. Ovviamente non abbiamo la risposta, ma proviamo a dare qualche spunto di riflessione.

In primo luogo ricordiamo che i valori relativi rimangono. A è meglio di B, che è meglio di C.

Studiare conviene ancora.

In secondo luogo rammentiamo che qualcuno continuerà a fallire. I mercati tenuti artificialmente in piedi salvano molti, ma al margine chi non ha un effetto sistemico verrà comunque abbandonato, nel caso, al suo destino.

In terzo luogo la fiducia in alcune leggi bronzee non deve vacillare.
Gli edifici modernisti del Bauhaus o quelli postmoderni di Gehry sono comunque sottoposti alla forza di gravità, che non è stata ancora decostruita o destrutturata da nessuno. La legge della domanda e dell’offerta vale probabilmente anche su Alfa Centauri, altre leggi che credevamo eterne vanno invece storicizzate.

Per capire quali, bisogna continuare a studiare.

In pratica, il compito da svolgere, per ogni investitore, è quello di rimanere mentalmente aperto ai tempi nuovi senza rinunciare a esercitare il suo spirito critico.

Non c’è niente di male, per una parte del portafoglio, a sospendere il giudizio e ad adeguarsi senza capire tutto fino in fondo.
Certi treni passano una volta sola nella vita ed è un peccato perderli. Se poi ci viene detto dall’alto dove investire (dalle banche centrali che spingono a prendere rischi, dai regolatori che spingono verso l’ESG e il verde ecc.) ha perfettamente senso tenerne conto e approfittarne, anche perché questa sarà un’altra caratteristica del prossimo decennio.

Accanto a questo va però mantenuta una parte di portafoglio costruita ragionando all’antica, se non altro perché ci sarà sempre una parte di mercato che rimarrà scettica e cercherà rifugio in qualcosa che capisce.

Oro, franco svizzero, yen, azioni a basso multiplo (ce ne sono ancora più di quanto non si creda), governativi sicuri. La storia, d’altra parte, non manca di esempi di arditi esperimenti di ingegneria finanziaria finiti male.

Torneremo, naturalmente, su questi temi. Nel frattempo, come dice Trump quando festeggia su Twitter i nuovi massimi di borsa, Enjoy!

 

Autore: Alessandro Fugnoli Fonte: News Trend Online
 

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