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Il digitale nel mondo del lavoro: danno o risorsa?

23/05/2020 10:00

E' una delle domande primordiali nel mondo del lavoro: il digitale favorisce l’occupazione o la penalizza? Detto in altri termini: con il digitale, i posti di lavoro aumentano o diminuiscono? Il tema è molto sentito, soprattutto in un periodo come quello attuale, in cui l’emergenza Covid19 ha portato a una sorta di piccola (o grande?) rivoluzione in diversi settori, a partire proprio da quello dell’impiego.

Molte imprese sono riuscite a mantenere la produzione a livelli accettabili, o quantomeno hanno ottenuto la possibilità di non fermare la propria attività attraverso il telelavoro o lo smart working. Tuttavia, alla lunga, ci si domanda se questo sistema possa continuare a essere sostenibile.

Innovazione e digitale emergeranno grazie alla crisi

Si parte da un presupposto, che Tatiana Rizzante, Ceo di Reply, mette subito in evidenza e cioè che la vera innovazione, in questo caso digitale, emerga soprattutto durante le crisi.

La spiegazione del top manager è dovuta al fatto che quando il mercato tira, solo apparentemente i progetti migliori trovano l’ideale realizzazione, anzi: “Le buone idee, spesso, si confondono con la buona comunicazione”. Aggiunge Rizzante: “E’ durante invece momenti di emergenza come questo che aumentano investimenti in prodotti e servizi.
Ecco perché l’informatica e il digitale non toglie lavoro, ma è tutto il contrario”.
La Ceo di Reply ha indicato nel digital work place l’area in cui le diverse aziende che fanno riferimento alla compagnia hanno operato, poiché: “Grazie a esso, molti si sono messi in pari rispetto ai loro ritardi”. 

Digitale e smart working? Sì, ma servono regole.

E competenze

Danilo Iervolino è invece il presidente di Unipegaso. E ha sottolineato la disponibilità da parte dell’azienda a far convergere sul digitale ogni attività didattica e scolastica, garantendo il diritto allo studio e riducendo così frizioni sociali, con la possibilità di fornire nuove opportunità di sviluppo al paese: “Oggi dico che i tecnoscettici hanno perso. Tuttavia i rischi rimangono”.

Ed è uno dei punti di domanda più grandi sul tema del digitale, dello smart working e non soltanto. E cioè, l’assenza di regole: “E’ evidente l’attuale slancio ad offrire percorsi in via telematica, ma è altrettanto evidente che tutto questo stia avvenendo senza regole.
Servono invece contenuti, metodologia, professionalità”. L’esempio che fornisce Iervolino è quello delle competenze: “Questa crisi obbliga a riformare manager, imprenditori e dipendenti. Tutti hanno capito che che le competenze vanno accresciute con formazione costanti lungo tutto l’arco della vita”. 

Digitale: cambieranno gli immobili, non le risorse umane

La prima chiave del lavoro digitale 2.0 dovrebbe essere la capacità delle aziende di affiancare "contatto fisico" e digitale.

Ne è convinto Gian Maria Mossa, amministratore delegato di Generali. Secondo cui cambiamenti apocalittici dal punto di vista delle risorse umane (tradotto: posti di lavoro) non ci saranno. "Piuttosto sono più prevedibili cambiamenti sulla logistica e sull’uso degli immobili che certamente comporteranno meno costi per le aziende”.  Insomma, cambieranno gli ambienti, ma le risorse sono destinate a rimanere.


Digitale: serve una visione.

L'esempio delle blockchain

Sempre secondo Mossa, Ad di Generali, dietro il digitale deve esserci una visione. “Parliamo di blockchain, ad esempio. Una tecnologia che abbiamo ottimizzato per monitorare le banconote di grande taglio, ed è così che si può contribuire a buttare giù il nero.
Dietro tutto questo c’è una visione. A dimostrazione che il tema tecnologico non basta”.

Il discorso si può allargare anche alle politiche del governo. Sono tanti infatti gli imprenditori che pensano sia opportuno che il paese debba essere gestito proprio come se fosse un'azienda: "Con politiche di breve, per garantire pace sociale, consenso a medio termine per la crescita sostenibile".

Osservando il decreto rilancio, Mossa effettivamente intravede "un pezzo di visione, perché si inizia a parlare di ricerca e investimento. Tuttavia manca il capitolo giovani, che è disarmante, anche in virtù delle prospettive sul digitale, dove inevitabilmente il loro contributo sarà fondamentale".

Digitale, è anche questione di capitali.
Italiani ed esteri

Lo conferma anche Tatiana Rizzante: "In italia facciamo start up, a capo delle quali spesso ci sono i nostri giovani, ecco perché dobbiamo credere in loro e credere in loro significa credere nell'Italia". Una delle criticità delle startup è che spesso, una volta che si trasformano in aziende vere e proprie, come da normativa, non riescono più a sostenere i costi e spariscono.

Risultato: i giovani fuggono all'estero.

"Se il capitale estero arriva e porta ad una crescita, attratto dal nostro Made In Italy è il benvenuto -spiega Mossa- viceversa se deve arrivare come un avvoltoio per poi sfruttare e depredare siamo di fronte ad un fenomeno che va contrastato dal governo, ma non con una golden share volta solo a bloccare, ma aprendo un canale costante con le imprese per cercare di svilupparne costantemente la crescita" aggiunge l'Ad di Banca Generali. Che ribadisce: le imprese sono la spina dorsale del Paese e vivono di capitale.

E in Italia il capitale è basso.

Con i vecchi sistemi fuori dal mercato. Con tecnologia e digitale può esserci speranza

Se dopo la crisi si tornerà ai vecchi sistemi il mercato sarà spietato e ci butterà fuori. Se si punterà sulla tecnologia potrebbe voler dire ripudiare la nostra cultura.
E allora una sintesi, come spesso accade, diventa la soluzione migliore. L'accelerazione portata dal digitale non si può ignorare. Ma neanche l'esperienza complicata di questi due mesi di coronavirus. "Il tutto può stare assieme se sostenuto da una visione -è la conclusione di Mossa-. Manageriale, politica e capacità di mettere in ordine di priorità ogni cosa.

Così facendo saremo più innovativi e sostenibili per il futuro".

Fonte: News Trend Online
 

© TraderLink News - Direttore Responsabile Marco Valeriani - Riproduzione vietata



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