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Obbligo Pos, 2 miliardi di euro di aggravi per le imprese

23/10/2019 08:17

L’obbligo di accettare carte di credito e bancomat costerà alle piccole imprese almeno 2 miliardi di euro in più di aggravi tra canoni, commissioni sulle transazioni e costi di installazione e gestione. È uno dei dati calcolati dall’Ufficio economico Confesercenti in occasione dell’assemblea dell’Associazione.

Se si vuole favorire la moneta elettronica – obiettivo condiviso dalle imprese, visti gli oneri ed i rischi connessi alla gestione del contante – si deve dunque agire abbassando i costi di esercizio della moneta elettronica, per le imprese e per le famiglie.

Anche perché la stangata dell’obbligo di POS, imposta a suon di sanzioni in nome del contrasto all’evasione, potrebbe non avere effetti su questo fronte.

Tra il 2012 ed il 2018 il numero di POS attivi in Italia è cresciuto del 112%, arrivando a 3,1 milioni; e il volume delle transazioni con carte di debito è aumentato del 57%, arrivando a 33 miliardi di euro, 12 in più rispetto al 2012. Un boom che non ha trovato un riscontro proporzionale nel gettito derivante dalla lotta all’evasione.
Tra fatture elettroniche ed invio dei corrispettivi, inoltre, l’Agenzia delle Entrate è già oggi in grado di monitorare H24 le imprese.

Consumi, nel 2019 (quasi) fermi a +0,4%, frenata peggiore dal 2014

Secondo Confesercenti l’obbligo di POS si configura dunque come una violazione poco utile della libertà d’impresa, l’ennesimo aggravio che metterà in difficoltà le attività del commercio e dei servizi, soprattutto quelle più piccole e caratterizzate da margini molto stretti – come i distributori carburanti, i tabaccai, i bar – proprio nel momento in cui la spesa delle famiglie torna a frenare.

Le previsioni Cer-Confesercenti stimano infatti per il 2019 una variazione dei consumi delle famiglie ferma a +0,4%, il dato peggiore dal 2014 e la crescita più bassa tra i grandi Paesi nel 2019.

A pesare in misura sempre maggiore sui consumi è l’incertezza delle famiglie.
Nonostante il recupero del potere d’acquisto, la propensione al consumo delle famiglie è rimasta al palo: un atteggiamento da ‘formiche’ che ha cancellato oltre 3,3 miliardi di euro di spesa, come emerge dalle elaborazioni condotte da CER per Confesercenti.

Tra aprile e giugno il potere d’acquisto delle famiglie ha registrato un robusto incremento (+0,9%) rispetto ai tre mesi precedenti, ma la spesa per consumi è rimasta sostanzialmente al palo, segnando un aumento di appena +0,1%.

Alla flessione della propensione al consumo è conseguita una mancata spesa nel trimestre di 2,5 miliardi, che ha aggravato pesantemente il bilancio dei primi tre mesi dell’anno, quando la minore propensione al consumo aveva determinato una perdita di spesa di quasi 850 milioni, per un totale complessivo di 3,3 miliardi di euro in mancata spesa, effetto tangibile della crescita dell’incertezza nell’ultimo anno.

IVA: la sterilizzazione vale 230 euro a famiglia solo nel 2020

In questo quadro, Confesercenti ritiene assolutamente positivo il blocco degli aumenti IVA disposto dal governo per il 2020. L’intervento di sterilizzazione degli incrementi previsti dalle clausole di salvaguardia ha permesso di evitare una batosta da 230 euro a famiglia per il solo 2020, per un totale di 6 miliardi di euro di maggiori imposte risparmiati.

La spada di Damocle degli aumenti IVA, però, continua a pendere sul nostro bilancio. Rimangono infatti ancora in essere gli aumenti IVA previsti di 18 miliardi nel 2021 e di 25,3 miliardi nel 2022.


Europa-Italia: i divari su consumi e Pil

Il rallentamento dei consumi italiani conferma il divario accumulato dal nostro Paese con l’Europa negli ultimi anni.
In media, nella Ue, i consumatori spendono 925 euro a testa in più rispetto al 2010, in Germania addirittura 2.096 euro. In Italia 119 euro in meno.

La dinamica della spesa delle famiglie non è l’unico segnale dell’allontanamento dell’Italia dall’Europa.

La distanza è ancora più evidente prendendo in considerazione il Prodotto interno lordo
. Negli ultimi 9 anni l’Italia ha registrato una sostanziale stagnazione del Pil (+0,3% tra 2010 e 2018) contro una crescita abbastanza vivace sia dell’intera Area della moneta unica (+10,8%) che di alcuni singoli paesi.
La situazione appare nella sua crudezza se consideriamo che in valore assoluto e pro capite l’aumento del prodotto per abitante è stato solo di 89 euro, contro gli oltre 3mila della zona euro, ma anche i quasi 2mila della Spagna e gli oltre 5mila della Germania.

Europa-Italia: i divari su fisco, costo del lavoro e tariffe

La situazione si inverte se spostiamo l’analisi sul carico fiscale.

In Italia la pressione fiscale, nel 2018, è al 42,1% del Pil, 0,7 punti percentuali in più rispetto alla media dell’Area Euro.
Il gettito fiscale e contributivo complessivo è di 739 miliardi di euro, ovvero oltre 12.300 € per abitante. Se il peso delle imposte italiane fosse allineato alla media europea, pagheremmo 12,6 miliardi di euro di tasse in meno all’anno.

L’Italia registra valori superiori alla media del continente anche sul costo del lavoro e su tariffe ed energia.

Il cuneo fiscale e contributivo sul lavoro in Italia è cresciuto di 0,7 punti percentuali tra il 2010 e il 2018, un ritmo superiore a quello della media Ocse (+0,5). In Francia, nello stesso tempo, è diminuito di 2,3 punti, in Spagna è sceso invece di 0,4 punti.

Per quanto riguarda l’energia, invece, l’Italia paga una tassazione superiore di quasi un punto percentuale alla media europea; mentre la tariffa rifiuti, tra il 2010 ed il 2018, è cresciuta del 23,8%, più del doppio della variazione media europea nello stesso periodo (+11,5%).

In Germania è addirittura diminuita, pur se di poco (-0,1). Anche il credito in Italia costa di più: i tassi di interesse per prestiti a imprese individuali e società di persone si è assestato ad agosto su 2,83%, contro una media dell’Area Euro di 2,33%.

Autore: Pierpaolo Molinengo Fonte: News Trend Online
 


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Bank Economy Euro Europe Germany Indicators and oscillators

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