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PMI: la crescita si è fermata, primi segni di rallentamento

15/11/2018 11:01

Le PMI italiane hanno superato la crisi e recuperato livelli di redditività elevati, continuando a rafforzare gli indici che sintetizzano la sostenibilità dei loro debiti finanziari, oggi ben più equilibrati rispetto a un decennio fa. Grazie alle nuove aperture e al calo delle chiusure, si è finalmente arginata l’emorragia che aveva decimato il sistema imprenditoriale, composto da oltre 150.000 piccole e medie imprese, più che nel 2007.
Neanche a dirlo, a guidare la ripresa sono state le PMI con maggiore vocazione internazionale.

Questo nel 2017, anno fotografato in dettaglio dal Rapporto Cerved PMI 2018 presentato oggi in Borsa Italiana, che analizzando i più recenti bilanci depositati e incrociandone le informazioni con il ricco database di Cerved dà conto dello stato di salute economico-finanziario delle piccole e medie imprese italiane.

Purtroppo, la crescita sembra ora essersi fermata.

Diversi indicatori monitorati nel Rapporto durante la prima metà del 2018 suggerirebbero che la ripresa delle PMI abbia raggiunto un suo picco positivo per poi rallentare o invertire la tendenza: ad esempio, nei primi sei mesi sono nate poche società di capitali, appena l’1,3% in più contro l’8,2% dell’anno scorso, mentre sono aumentate le liquidazioni volontarie (1.374, +3,1% su base annua).
Quanto alle abitudini di pagamento, già dalla fine del 2017 sono tornati ad aumentare le fatture non saldate nei termini pattuiti e i giorni medi di ritardo (10,8 a giugno), nonché i ritardi gravi, superiori a due mesi, che in genere sfociano in mancati pagamenti o default.

Questo rallentamento è preoccupante soprattutto alla luce dello scenario macroeconomico, caratterizzato da una frenata della congiuntura internazionale e dalla crescente sfiducia dei mercati sui conti pubblici italiani - commenta Valerio Momoni, Direttore Marketing e Business development di Cerved Group -.

Le nostre analisi mostrano che aumenti prolungati degli spread hanno chiare conseguenze negative sui conti delle imprese, in termini di freno agli investimenti, redditività e rischio di default.

Se gli spread crescessero a lungo, infatti, si potrebbero avere un aumento dei tassi di interesse e l’interruzione del ciclo positivo degli investimenti, con pesanti conseguenze sulle PMI, relativamente sia alla redditività che al rischio.
Una simulazione condotta sui dati di bilancio indica che - a parità di tutte le altre condizioni - a ogni aumento di 100 punti base del costo del debito delle PMI corrisponde un calo del ROE di circa un punto percentuale. Gli effetti sulle PMI non sarebbero omogenei: un aumento dei tassi di interesse peserebbe in misura maggiore sulle piccole società, per cui si stima un effetto sul ROE di 5,7 punti percentuali in caso di crescita di 500 basis points.

Ma le PMI restano il cuore pulsante della nostra economia.

E su di loro, in particolare sulle moltissime che costituiscono  vere e proprie eccellenze, bisogna puntare e investire. Da qui il capitolo monografico di questa quinta edizione del Rapporto, dedicato alle aziende, in molti casi a carattere familiare, che potrebbero crescere e creare ricchezza per il Paese con l’ingresso di capitale da parte di investitori istituzionali.

Grazie ad algoritmi di big data applicati all’enorme business network che Cerved ha mappato in Graph4You, è stato ricostruito il ruolo delle famiglie nelle strutture proprietarie e di governo delle imprese e sono state individuate più di 5.000 società con performance finanziarie eccellenti che potrebbero avvantaggiarsi di iniezioni di equity, tramite la quotazione in Borsa o l’ingresso di fondi di investimento.

Il bacino potenziale di queste società è molto ampio e il contributo alla crescita dell’economia potrebbe essere consistente  - continua Valerio Momoni -.

Occorre però vincere una riluttanza storica e renderle più propense ad aprire il capitale a investitori e manager esterni, che le aiuterebbero a fare un salto dimensionale. Servizi di marketing intelligence evoluti possono aiutare gli investitori istituzionali a scovare queste eccellenze, che al momento non sono affatto nei loro radar, e identificare quelle più propense al cambiamento, magari perché vicine al ricambio generazionale.

Cerved ha stimato - come effetto massimo e raggiungibile nel medio periodo - che se le 4.386 PMI interessanti per un fondo di private equity fossero acquisite e raggiungessero una dimensione media paragonabile a quella delle società già in portafoglio, potrebbero accrescere il loro valore aggiunto di 40 miliardi euro; allo stesso modo, le 699 società quotabili potrebbero aumentarlo di 21 miliardi.

Complessivamente, si parla di quasi 4 punti percentuali sul Pil.


Sono stime basate su ipotesi molto forti, in particolare in termini di impatto della partecipazione dei fondi e della quotazione sulla crescita dell’impresa – conclude il manager di Cerved Group -.
Pur con queste cautele, indicano un potenziale di crescita che sarebbe importante sfruttare.

La fotografia del 2017: accelera il miglioramento dei conti economici e si arrestano le chiusure

L’analisi riguarda 148.531 società di capitale non finanziarie con un numero di dipendenti compreso tra 10 e 250 e un fatturato che va dai 2 e ai 50 milioni di euro: 123.495 sono piccole imprese e 25.036 sono medie, occupano oltre 4 milioni di addetti e rappresentano il 24% delle aziende che hanno depositato un bilancio valido.

Hanno prodotto un giro d’affari di 886 miliardi di euro, un valore aggiunto di 212 (il 12,6% del Pil) e contratto debiti finanziari per 223 miliardi. Rispetto a tutte le società non finanziarie, pesano per il 38% in termini di fatturato e per il 40% in quelli di valore aggiunto.

Il miglioramento dei conti economici delle PMI, che dura dal 2012, ha subito un’accelerazione nel 2017: i ricavi sono aumentati a tassi più che doppi rispetto all’anno precedente (+5,3%), con risultati particolarmente brillanti per chi opera nei settori industriali (+5,7%).

Il valore aggiunto è cresciuto del 4,5%, il cashflow ha superato i livelli pre-crisi e si è innalzata la redditività operativa (ROA) al 4,9%, un indice di sette decimi maggiore rispetto a quello delle grandi imprese.

Non va però dimenticato che nel 2017 le PMI hanno continuato a beneficiare della politica monetaria espansiva della BCE, con minori costi per il servizio del debito: il rapporto tra oneri e debiti finanziari è sceso per il terzo anno consecutivo (dal 3,9 al 3,5%) e ciò ha contribuito ad aumentare la redditività netta (ROE) passata dal 10,9% del 2016 all’11,2% del 2017, e addirittura al 13,6% per chi opera nell’industria.

Se dunque la redditività delle PMI è ripresa, ciò è dovuto certamente al ritorno alla crescita dell’economia italiana, ma anche al dividendo dei programmi di quantitative easing messi in campo dalla BCE e alla prolungata fase di bassi tassi di interesse: rispetto al 2012, quando i tassi avevano risentito dell’impennata degli spread dei titoli di stato italiani rispetto a quelli tedeschi, le imprese italiane pagano 5,1 miliardi in meno di oneri finanziari (-41%), che incidono per 2,3 punti in termini di ROE.

La metà di questo beneficio (1,1 punti) si deve al minor costo del denaro, il resto alla riduzione dei debiti finanziari nei bilanci delle PMI.

Sono state le PMI con maggiore vocazione internazionale a guidare la ripresa: tra il 2010 e il 2017 hanno fatto registrare una crescita del valore aggiunto di 22 punti percentuali (17 in più rispetto alle società chiuse ai mercati esteri) e migliori performance quanto a produttività, capacità di generare cassa e redditività.

Infine, si è arrestata l’emorragia che al culmine della recessione aveva decimato il sistema italiano delle PMI, passate dalle 150 mila del 2007 alle 136 mila del 2014 (-10%).

Il numero è tornato a risalire nel 2016 (+8 mila unità, +5,8% sul 2015) e nel 2017 (+3 mila, +2,9%), attestandosi a 152 mila unità e superando così i livelli pre-crisi. Due le dinamiche che hanno sostenuto la crescita: da un lato, la nascita di nuove società di capitali, osservata a partire dall’introduzione delle Srl semplificate, accompagnata da un netto aumento del numero di newco in grado di radicarsi sul mercato e superare la soglia di 10 addetti e 2 milioni di fatturato necessaria per entrare nel perimetro delle PMI; dall’altra, la forte riduzione di aziende uscite dal mercato a seguito di un default o di una liquidazione volontaria.

Sostenibilità del debito e solidità economico-finanziaria

Tra il 2007 e il 2013 gli investimenti delle imprese, compresi quelli delle PMI, si sono quasi dimezzati, ma già a partire dal 2014 si è osservata un’inversione di tendenza, con segnali inizialmente timidi che si sono rafforzati nel tempo.

Nel 2017, anche grazie agli incentivi previsti dal piano Industria 4.0, la propensione all’investimento delle PMI si è fortemente innalzata, con un rapporto tra investimenti materiali e immobilizzazioni che è passato dal 6,3% al 7,8%.

La ripresa degli investimenti è coincisa con la fine del credit crunch.
Il calo dei debiti finanziari, iniziato nel 2011, si è infatti arrestato nel 2015, per poi accelerare moderatamente nel 2016 (+0,6%) e nel 2017 (+1,7%). La ripresa è stata più sostenuta per le medie imprese rispetto alle piccole, per cui il credit crunch si è protratto fino alla fine del 2016.

Le PMI hanno anche beneficiato di una maggiore disponibilità di credito commerciale da parte dei loro fo Autore: Pierpaolo Molinengo Fonte: News Trend Online

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Analisi Azioni Debito Economia Finanza Indicatori e oscillatori Investment Mercati Spread Tassi

GRAFICI:

-media- Cerved information solutions Enel Pmi Unit corporation


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