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Smart working? Senza penalizzazioni. Ma niente buoni pasto!

10/07/2020 18:50

Dal governo una specie di slogan: "Smart working senza penalizzazioni". Evidentemente però non aveva fatto ancora i conti con la giustizia. Infatti, la sentenza è la seguente: sei in smart working? Pubblica amministrazione? E allora niente buoni pasto. Sembra quasi un controsenso.

O forse no. Punti di vista.

Di sicuro, il Tribunale di Venezia ha avuto le idee chiare quando si è ritrovato di fronte al caso in cui è coinvolto proprio il comune del capoluogo: da decidere se assegnare o meno i buoni pasto ai lavoratori in smart working.
La decisione è stata netta: buoni pasto e smart working non possono stare assieme. Questa la decisione dei giudici. La motivazione?

Niente buoni pasto per chi fa smart working. Nonostante il governo...

Talmente automatica che, stando alla decisione del Tribunale, non ha neanche bisogno di essere oggetto di confronti con i sindacati.

Considerato che è il governo stesso ad aver dichiarato di voler rilanciare lo smart working, per farlo ha annunciato che chi dovesse proseguire il lavoro da remoto non subirà alcuna penalizzazione, attraverso l'emendamento approvato al Decreto Rilancio numero 34, la strada, almeno da questo punto di vista, appare più ripida del previsto.

Smart working, nessun buono pasto per la PA.

Ecco perché

Tornando alla scelta del Tribunale di Venezia, la decisione si appoggia su due norme, che si applicano abitualmente agli enti locali, in particolare si tratta degli articoli 45 e 46 del contratto nazionale datato 14 settembre 2000.

Evidentemente ancora attualissimi, nonostante siano passati vent'anni e che l'Italia, così come il mondo intero, si trova a dover fronteggiare una crisi pandemica mai vista e affrontata prima.

I due motivi per cui chi è in smart working non può sfruttare i buoni pasto

Di fatto, il lavoratore in smart working non ha un orario di lavoro predefinito.

Questo è uno dei punti su cui si poggia la decisione dei giudici. Da questo punto di vista il senso è che il buono pasto andrebbe utilizzato fuori dall'orario di lavoro. Ma un orario di lavoro vero e proprio non c'è. E quindi il presupposto preso in considerazione cade immediatamente. 

Il secondo punto, è che il buono pasto non è un elemento della retribuzione.
Si tratta, al contrario, di un benefit, che però può valere anche più del 10% della retribuzione netta dei dipendenti pubblici.

Il Comune: c'è chi non ha reddito, ingiusto dare i buoni pasto a chi è in smart working

"Abbiamo sempre pensato che l’utilizzo di risorse pubbliche non fosse giustificato in una situazione in cui il dipendente, lavorando in smart working, gestisce in piena autonomia i tempi di lavoro e la pausa pranzo" commenta l’assessore al Personale e all’Avvocatura civica Paolo Romor.


Aggiunge inoltre l'assessore: "E' ingiusto dare i buoni pasto a fronte dei tanti cittadini in cassa integrazione o a reddito zero".

"Faremo opposizione - reagisce la Funzione Pubblica del sindacato - la sentenza smentisce le indicazioni del governo e nega la possibilità di contrattare alle organizzazioni sindacali". 

La decisione vale anche per i dipendenti del settore privato?

Come detto, si tratta comunque di una decisione del Tribunale di Venezia sui buoni pasto del settore pubblico.

Diverso potrebbe essere invece il discorso sulla questione invece delle aziende private: in questo caso, le cose potrebbero anche cambiare, soprattutto sull'orario di lavoro, dato che in questi casi, solitaente, a prevalere sono i vari accordi aziendali.

La polemica infinita sui buoni pasto 

C'è da dire che sui buoni pasto c'è una polemica in corso da diversi anni. Ormai dal 2018 non convincono più le associazioni dei commercianti.

Insomma, è un problema che si allarga, se vogliamo. Perché di fatto la situazione è la seguente: niente buoni pasto ai dipendenti in smart working. Poi però quando vengono concessi, non sempre i commercianti sono felici di incassarli.

Buoni pasto: i commercianti ci guadagnano davvero?

Il giro di affari ammonta a diversi miliardi di euro l'anno.
Ma il sistema sarebbe al collasso, stando a quanto denunciato dalle principali associazioni di categoria in una manifestazione a inizio lockdown. La colpa? E' dello Stato, attraverso la Consip, società per azioni della pubblica amministrazione italiana (l'unico azionista è il Ministero dell'economia e delle finanze) e che opera nell’esclusivo interesse dello Stato stesso. 

In buona sostanza i commercianti intascano molto meno del valore effettivo del buono pasto, a causa di una percentuale sempre maggiore che finisce nelle mani dello Stato stesso, attraverso i contratti di fornitura assegnate con gare d'appalto dalla Consip.

Facendo un rapido calcolo, su buoni pasto del valore di 10mila euro, gli esercizi si vedono si vedono decurtare 3mila euro.


Fonte: News Trend Online
 

© TraderLink News - Direttore Responsabile Marco Valeriani - Riproduzione vietata



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