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Sui mercati il bastone inglese e la carota americana

21/03/2019 09:45

Ieri era un giorno importante, ed i mercati lo hanno affrontato con la dovuta cautela. Anzi, addirittura con un certo timore, che si è fatto strada nel corso della seduta europea, trascinata al ribasso dalla pesantezza dell’azionario tedesco. Sull’indice Dax si è abbattuto lo scivolone di Bayer, che ha subito una pesante sconfitta giudiziaria in USA, e il profit warning di BMW, che ha depresso tutto il settore automobilistico europeo.

La correzione, che invocavano gli eccessi rialzisti presenti sugli oscillatori di momentum applicati al grafico dell’indice Eurostoxx50, si è materializzata con un calo che si è via via intensificato, fino al -1,07% finale per l’indice delle blue chips europee e addirittura un -1,57% per l’indice tedesco Dax, anche ieri il peggiore dell’Eurozona.

Il nostro Ftse-Mib ha mostrato ancora una volta un’ottima capacità di tenuta, passando in positivo o in pari gran parte della seduta, ma nel finale ha dovuto cedere anch’esso al peso delle prese di beneficio. Il suo calo (-0,47%) è comunque abbastanza lieve e gli ha consentito di spiccare come il meno peggio di giornata nel panorama europeo.

L’accentuazione delle perdite europee nella parte finale di seduta è in gran parte dovuta al complicarsi della questione Brexit, mentre la clessidra scorre inesorabile e la data del 29 marzo si avvicina.

L’ostinazione della premier May a chiedere alla UE una proroga breve per l’uscita si è esplicitata in una lettera ufficiale in cui viene chiesto di spostare le lancette Brexit al 30 giugno. Però quella data è successiva alle elezioni per il Parlamento Europeo, a cui i britannici non vogliono partecipare.
Questo scoglio giuridico ha causato una immediata e gelida risposta da parte europea: sì ad una proroga breve, ma solo se il Parlamento inglese prima approva il piano di uscita concordato tra May e Juncker, già bocciato due volte. La UE ribadisce che il piano non è più negoziabile.

Altrimenti la UE è disponibile ad una proroga lunga, ma in questo caso la Gran Bretagna dovrà partecipare alle elezioni europee.

A Londra la situazione è molto caotica. Probabilmente la risposta UE consentirà alla May di ottenere dal Presidente della Camera dei Comuni Bercow la votazione per la terza volta del piano May, essendo intervenute le “sostanziali novità” richieste da Bercow per consentire di votare nuovamente un piano appena bocciato pochi giorni fa.

La prossima settimana May presenterà perciò al Parlamento il “prendere o lasciare”: approvare il piano May-Juncker e così uscire in modo regolato entro il 30 giugno, senza partecipare alle elezioni europee, oppure bocciare ancora il piano e costringere la May a chiedere la proroga lunga, almeno fino a fine anno.
Ma in tal caso bisognerà partecipare alle elezioni europee. Inoltre la May si dimetterebbe ed aprirebbe la crisi di governo, che porterebbe a nuove elezioni e magari a un nuovo referendum, con la prospettiva eventuale di non uscire mai dalla UE. In ogni caso il vertice dei premier europei che si terrà oggi e domani non deciderà nulla e sarà necessaria una nuova convocazione straordinaria per il 28 marzo, quando la UE concederà la proroga breve o lunga, a seconda dell’esito del voto parlamentare inglese. 

Come si può vedere la partita è ancora lontana dalla conclusione e la data del 29 marzo si avvicina, aumentando il nervosismo dei mercati, che ormai cominciano a temere la soluzione all’ultimo minuto, data la propensione ai pasticci da parte degli inglesi e il rischio che tra i 27 della UE qualcuno si metta di traverso e faccia saltare l’unanimità richiesta, a cui dopo il 28 marzo non ci sarebbe più possibilità di rimediare.

Sarebbe il classico incidente di percorso, o, se preferite, il missile nucleare partito per errore, in grado di catapultare UE e Regno Unito nella Brexit no deal.


Le probabilità che questo accada sono ancora poche, ma sono un po’ di più di prima, e questo ha innervosito sterlina e mercati, e probabilmente li terrà col fiato sospeso anche nei prossimi giorni.

Dopo aver assaggiato il bastone della Brexit, che ha causato la mesta chiusura europea, i mercati USA si sono messi in ascolto della FED con l’indice SP500 in negativo, nel timore che arrivassero anche qui sorprese negative.

Ricordo infatti che le attese erano molto ottimistiche e puntavano su un atteggiamento molto accomodante della FED, anche se le condizioni drammatiche dei mercati in dicembre erano ormai ben dietro le spalle, mentre il ritorno ai massimi storici è alla portata.

Ebbene, possiamo dire che il messaggio FED è stato molto simile ad una succulenta carota, forse anche meglio delle già alte aspettative.

In sintesi la Fed, col comunicato e la conferenza stampa di Powell, ha inviato ai mercati i seguenti messaggi:

  1. Non solo i tassi ufficiali sono rimasti fermi al 2,50%, come tutti si attendevano, ma lo rimarranno per tutto il 2019 e nel 2020 è previsto un solo ritocco per completare la normalizzazione col raggiungimento del livello 2,75%.

    Si tratta di un drastico cambio di politica, se pensiamo che a dicembre l’orientamento era per 2 rialzi nel 2019 ed uno nel 2020. Dall’esame delle previsioni dei membri FED si constata che la maggioranza di essi ha cambiato radicalmente opinione, passando da falco a colomba.
  2. Il processo di “Quantitative Tightening”, cioè la riduzione dell’ammontare di obbligazioni nel bilancio FED, verrà attenuato a partire da maggio ed arrestato a settembre.

    Una novità che consentirà a fine anno di avere ancora in portafoglio circa 3.500 miliardi di $ di titoli, con una riduzione dai massimi di soli circa 1.000 miliardi. Il messaggio è che di fatto la normalizzazione del bilancio verrà accantonata. E’ addirittura più di quel che i mercati speravano.
  3. La posizione della FED torna “accomodante” senza mai essere diventata restrittiva e soprattutto senza che venga previsto nessun forte rallentamento del ritmo di crescita, che giustificherebbe tale cambiamento.

    Infatti la revisione al ribasso delle attese di crescita c’è, ma non è affatto rilevante: passa dal 2,3% al 2,1% per l’anno in corso e dal 2% al 1,9% per il 2020.

L’impressione è pertanto quella di voler mostrare una sorta di “colombizzazione” preventiva, motivata più dai rischi esterni (il rallentamento più marcato del previsto di Cina ed Europa, le incognite ancora aperte su Brexit e dazi) che da segnali effettivi di rallentamento della crescita americana.

I mercati, a caldo, hanno reagito in modo euforico, passando in positivo in pochi minuti, mentre l’obbligazionario ha prezzato immediatamente un netto calo dei rendimenti, con il decennale USA sceso al 2,52%, 10 punti base in meno rispetto al giorno precedente.

E’ così tornato su livelli che non si vedevano più da 15 mesi. Anche il dollaro ha preso una sventola, con l’EUR/USD risalito ben sopra 1,14.

Però nell’ultima ora della seduta i mercati debbono aver cominciato a riflettere che dietro questo apparente regalo ci può essere qualcosa che la Fed conosce ed i mercati non ancora, poiché il comportamento FED pare troppo accomodante per essere gratis.

Magari che la crescita USA è destinata a rallentare assai più di quel che la FED ora comunica? 

Sta di fatto che abbiamo assistito al dietrofront ed alla chiusura negativa degli indici americani, che forse oggi potrebbe impedire a quelli europei di ritornare a salire.  

Autore: Pierluigi Gerbino Fonte: News Trend Online

TAG:

Europa Federal reserve Indici Mercati Usa

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