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Attenti alle borse: un altro 2009 potrebbe essere in agguato

08/02/2019 15:09

Si moltiplicano i segnali di un rallentamento globale. La prova non è solo nei dati macro, ma anche nell’andamento delle valute, alcune delle quali, veri e propri indicatori economici. La view di Saverio Berlinzani, cambista professionista e formatore.

 

Dollaro: dopo la Fed e i diversi cambi di rotta adesso la strada del biglietto verde sembra ancora più confusa.

Cominciamo col dire che il quadro macroeconomico che si sta delineando in questi primi 20 giorni di gennaio si è rivelato per il momento fasullo. Infatti abbiamo avuto un periodo di ribasso del dollaro in seguito alle dichiarazioni di Jerome Powell. Dichiarazioni che hanno oscillato da un iniziale rialzo dei tassi previsto per il 2019 (uno o due) a un atteggiamento di probabile neutralità da parte della stessa Fed. Adesso però la situazione sta cambiando di nuovo perché mentre il mese di gennaio è stato caratterizzato da un mercato focalizzato sul dollaro in ribasso, adesso sono emerse, nelle ultime due settimane, tutte le problematiche relative agli altri paesi. Nello specifico mi riferisco agli oceanici, quindi Australia e Nuova Zelanda, ma anche ad altri orizzonti come al Canada, con il dollaro canadese legato all’andamento delle materie prime, petrolio in primis. A questo si aggiungano anche i dati, negativi anch’essi, di Europa e Gran Bretagna. Per la prima, in particolare, la Camera di Commercio tedesca ha rivisto al ribasso le stime di crescita per il 2019: l’iniziale 1,7% è stato tagliato a 0,9%.

Perciò il focus si è spostato su altre valute. La banca centrale australiana, ad esempio, ha lasciato i tassi invariati, ma il governatore ha dichiarato che ci potrebbe essere un ribasso. Non solo, ma altre case di investimento stimano che potrebbe esserci un altro ribasso a fine 2019 o inizio 2020, sempre per l’Australia. E ancora: gli ultimi dati sull’employment sono risultati decisamente al di sotto delle attese. Su tutti il tasso di disoccupazione salito al 4,3% dal precedente 4,1%, un gap forte  per un paese piccolo come la Nuova Zelanda, anche in virtù del breve periodo in cui questo aumento si è verificato. In seguito a ciò si è visto il dollaro neozelandese scendere dell’1,5%. Quindi siamo di fronte ad un aumento di dati sempre peggiori. Il motivo? Un innegabile rallentamento globale, rallentamento che tocca tutti, meno gli Usa. Per questo, negli ultimi giorni si è assistito al ritorno prepotente del dollaro: sostanzialmente gli Usa sono quelli che ancora vantano dati macro migliori rispetto al resto del mondo.Il tutto senza contare la guerra dei dazi tra Usa e Cina e la tensione ai confini con il Messico, segni di una certa tendenza del mondo ad andare verso l’autarchia. Tutto questo provoca un rallentamento del commercio e un aumento del costo delle merci che per qualche paese, Italia compresa, potrebbe significare la recessione tecnica.

 

L’incognita per eccellenza è una sola, la Brexit. Impossibile capire se arriverà un accordo e che tipo di accordo. Intanto la sterlina è la prima osservata speciale.

La situazione della Gran Bretagna è una situazione alquanto particolare. L’accordo che Theresa May aveva stipulato con l’Europa è un accordo che ha scontentato tutti. Da un lato gli unionisti irlandesi non sono rimasti soddisfatti per come è stata trattata la questione dei confini con l’Irlanda, dall’altro anche i sostenitori della Brexit, primo fra tutti quel Boris Johnson che poi è scappato prima che il danno fatto diventasse evidente. Ecco allora che oggi ci troviamo di fronte ad un’incognita enorme. Intanto la premier Theresa May sta tentando di rivedere l’accordo, almeno su quei punti che possono trovare sostegno da entrambe le parti. L’Europa per il momento sta glissando ma di fatto è innegabile la volontà, anche dell’Unione, di trovare una via d’uscita.

La Germania infatti esporta merci per 100 miliardi di euro in Inghilterra mentre Londra, invece, ha una bilancia commerciale per lo più composta da esportazioni verso il resto del mondo. Pertanto la situazione della sterlina è ancora in mezzo alle incognite. Ma in questo caos, paradossalmente, la sterlina sembra essere quella più stabile dal momento che oscilla tra 1,26 e 1,30 e per ora si è stabilizzata in questo range. Non solo ma se da un lato non sembra avere la capacità di sfondare 1,30, dall’altro non appare nemmeno tanto debole da scendere al di sotto di 1,25, livello che rappresenterebbe una sorta di innesco per le vendite, che potrebbero portare i prezzi sul minimo di un anno e mezzo fa, in area 1,1880. Però tutto sommato la divisa britannica sta reggendo anche contro l’euro visto che vale 0,88.

 

La Commissione Europea ha tagliato le stime di crescita per l’Italia ma anche per il resto d’Europa. Intanto le elezioni europee si avvicinano e a novembre la Bce, che ha ribadito la sua posizione dovish, vedrà il cambio dei suoi vertici con l’addio di Draghi. In tutto questo quale sarà la sorte dell’euro?

Per quanto riguarda l’euro bisogna fare delle precisazioni. L’Italia è il fanalino di coda in Europa a causa dei suoi ormai noti quanto vecchi problemi strutturali. Si tratta di problemi derivanti da oltre 30 anni di incapacità di riformare il sistema, la stessa incapacità che ha portato all’immobilismo nel quale si trova adesso la nazione. Personalmente ritengo che l’Europa sia un’area valutaria inefficiente, pertanto il paese che era il vero concorrente della Germania è stato sostanzialmente sacrificato sull’altare dell’euro. Perché se è vero che, almeno concettualmente, la moneta unica doveva difendere i paesi dalla svalutazione, è anche vero che ci sono stati dei paesi che hanno rivalutato la propria moneta nei confronti di un’altra, cioè all’interno dell’euro. Un concetto che viene provata osservando la svalutazione dei salari. L’euro italiano, di fatto, si è rivalutato del 30-40% rispetto all’euro tedesco.

Per mantenere la competitività, l’equilibrio della bilancia commerciale e dell’inflazione si è dovuto per forza svalutare i salari. Questo perché non potendo più svalutare la moneta nazionale (sostituita dall’euro) si è dovuto intervenire sui salari. Quindi in termini di Pil pro-capite l’italia, come detto, è il fanalino di coda in Europa ma anche agli ultimi posti tra i paesi non industrializzati. Detto ciò l’Europa, Germania inclusa, inizia ad entrare in crisi. La Camera di Commercio tedesca ha annunciato un calo del Pil da 1,7% a 0,9%. Noi invece siamo scesi da 1,2% a 0,2%, quindi è chiaro che il rallentamento è globale. L’euro è una moneta che a mio avviso per alimentare la convergenza all’interno dei paesi europei deve rimanere svalutata, perché in caso di valutazione, quel poco di convergenza tra le nazioni che c’è in Europa è destinata a sparire. Un esempio? L’Italia. Il Belpaese esporta per lo più extra Ue perché in Europa le nostre quote sono ampiamente calate. La causa è da ricercarsi sia nell’euro che nella nostra incapacità di essere produttivi come la Germania, incapacità che aumenta esponenzialmente all’interno di un mercato che cambia. Perciò se l’euro dovesse rivalutarsi sarebbe un problema.

Ed è per questo che Draghi, come anche il suo successore, dovranno mettere mano nuovamente al QE come alle misure di Ltro di qualche anno fa. Per quanto riguarda i livelli, credo che strutturalmente l’euro possa scendere anche sotto 1,10 e, quindi, il dollaro potrà salire ancora. Per le valute oceaniche, potranno risalire contro il dollaro se si trova un accordo sulla questione Usa-Cina. Altrimenti anche loro scenderanno e vivremo un anno di rafforzamento del dollaro come segno di avversione al rischio. Unico possibile indebolimento quello del solo dollaro contro yen, datosi il ruolo di quest’ultimo come valuto rifugio per eccellenza. Quindi se dovessero anche scendere le borse, cosa che Trump non si augura, il rischio allora di un mercato in stile 2009 potrebbe diventare concreto. 


Intervista a cura di Rossana Prezioso

 


TAG:

Borsa Bull or bear Cina Dollaro Economia Europa Germania Macro economia Mercati Segnali Tassi Usa Valute

AUTORI:

Saverio berlinzani

GRAFICI:

Crude oil Italia

TRADERPEDIA:

Inflazione Petrolio Rischio Sar


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