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Auto UE, febbraio nero per Volkswagen, Stellantis e Renault

17/03/2021 16:24

Tutti a casa per la terza ondata e il mondo dell’auto continua a soffrire. Gli ultimi dati sulle immatricolazioni di veicoli per passeggeri in Europa confermano l’impatto senza precedenti della pandemia sulle quattro ruote: è stato il peggior febbraio dal 2013, rispetto ai numeri del febbraio 2020, quando ancora la pandemia non era esplosa nel Vecchio Continente, le immatricolazioni hanno registrato un crollo del 19,3% ad appena 771.486 veicoli.

Nei primi due mesi di quest’anno il calo tendenziale cresce al 21,7%, meno di 1,5 milioni di auto in tutta Europa.

È solo l’ultimo sintomo di una malattia che dura da mesi, ma di recente si è materializzata anche una crisi delle forniture di chip e semiconduttori essenziali.
KO diverse produzioni anche negli Stati Uniti e persino la Casa Bianca ha deciso di intervenire. Già a fine dicembre Edmunds aveva stimato un crollo del 15,5% delle vendite di auto negli Stati Uniti, circa 2,5 milioni in meno dell’anno prima e in linea con le stime di Cox Automotive e TrueCar.

Secondo stime del Boston Consulting Group i livelli di vendite di veicoli del 2019 non saranno recuperati da Europa e Stati Uniti prima del 2023. Il nuovo anno però tarda, come detto, a mostrare una ripresa adeguata. 

Auto, la crisi colpisce tutti i maggiori mercati europei

Oggi anche l’Europa conferma la crisi delle quattro ruote nel Vecchio Continente.

L’Italia segna il calo minore tra i grandi mercati, ma con un -12,3% a 142.998 vetture, ha poco da festeggiare. A febbraio si pone al secondo posto tra i mercati europei, dopo una Germania che vede le vendite di vetture perdere il 19% a 194.349 unità.
Va persino peggio in Francia, appena 132.637 auto nel mese con un -20,9 per cento. I dati sui due mesi confermano una triste gara a ribasso che vede la Germania (-25,1%) fare peggio della Francia (-14,2%), che a sua volta fa peggio dell’Italia (-13,1%). La Spagna perde addirittura il 44,6% nei due mesi e il 38,4% a febbraio, quando immatricola appena 58.279 auto.

In tutta Europa si salvano dalla crisi dell’autosalone pochi e marginali mercati che non risollevano le tinte fosche del quadro generale.

C’è la Svezia che nei primi due mesi cresce del 12,8%, ma immatricola appena 43.410 veicoli nel periodo (22.837 a febbraio, +5,3%). Nel solo mese di febbraio c’è anche l’Irlanda, che immatricola 13.785 auto con un recupero del 4,9%, ma il saldo di Dublino è un -11,1% a/a nei primi due mesi del 2021.

Impatto su tutte le grandi case automobilistiche

Le maggiori case automobilistiche segnano invece pesanti ribassi senza eccezioni.
Il maggior gruppo europeo è ovviamente la tedesca Volkswagen, che ha il 25,8% di tutto il mercato UE, ma perde il 17,4% a febbraio scivolando sotto la soglia delle 200 mila vetture immatricolate. La casa guidata a fatica da Herbert Diess fuori dallo scandalo del Dieselgate subisce quanto e più degli altri la pandemia, ha però da poco annunciato un importante accordo con BP per la rete di colonnine di ricarica: l’obiettivo è attrezzare per la mobilità elettrica Regno Unito e Germania in modo che il 90% dei guidatori dei due Paesi abbiano una colonnina entro 20 minuti di guida da casa, a insegna BP o Aral.

Sarebbe un cambio di scenario importante, Thomas Schmall, consigliere VW, ha commentato: “Insieme a partner forti come BP prendiamo in mano questo problema importante e costruiremo fino a 18 mila nuovi punti di ricarica in Europa, circa un terzo della rete UE prevista entra il 2025”. 

Per Volkswagen comunque febbraio 2021 è stato un mese terribile, come per i maggiori concorrenti, a partire dalla new entry Stellantis, balzata al secondo posto del mercato UE con 188.491 veicoli immatricolati.

Ma sarebbe meglio dire precipitata al secondo posto visto il -21,7% generale che vede, fra i brand più importanti, un -12,2% di Peugeot e un -27,8% di Fiat, mentre Citroen cede il 22,1% e Opel/Vauxall il 27,4 per cento.
Anche il colosso nato dalla fusione di FCA con la PSA di Peugeot e Citroen ha importanti ambizioni nell’ambito della mobilità elettrica, almeno sulla carta. L'importanza di mercati come Stati Uniti e Sudamerica nei bilanci di FCA e dunque di Stellantis mette in guardia perà da una visione solo europea del gruppo (anche se poi il quadro non cambia molto).

Buona parte delle ambizioni di Stellantis per quest’anno viene da tre nuovi modelli di Jeep negli Stati Uniti, ma la sfida dell’elettrico comincia in salita: al settembre 2020 il gruppo aveva appena il 10% del mercato elettrico UE, mentre i dati aggregati di febbraio indicano una quota del 24,4% del mercato europeo, quindi qualcosa su questo fronte non torna.

Senza considerare che, come noto, le auto elettriche richiedono meno manodopera e bisognerà lavorare con i sindacati che hanno due degli undici membri del board. 


La classifica di febbraio vede poi Renault come terzo venditore di auto nel mese in Europa: è la peggiore performance del trio con un -27,9% a 72.132 veicoli.
Il terzo operatore delle quattro ruote è Hyundai, che per volumi batte BMW, Toyota e Daimler nonostante il -18,7% del mese a 55.024 auto. Le due tedesche BMW e Daimler (che controlla Mercedes e Smart) segnano un -9,1% e un -19,3% a 55.024 e 42.019 vetture rispettivamente.

La giapponese Toyota nel mezzo con 47.728 veicoli con un -11,4 per cento.

Crisi Auto, la mancanza di chip blocca le produzioni

Ma l’Europa non è tutto, anzi. L’industria dell’auto mondiale infatti è in crisi un po’ dappertutto e da mesi, oltre al drammatico impatto dei lockdown e della pandemia, sta affrontando una grave crisi negli approvvigionamenti di circuiti provenienti dai mercati asiatici.
La crisi ha infatti sabotato l’intera catena globale di approvvigionamento. AlixPartners un mese fa ha stimato che la mancanza di microprocessori indispensabili avrebbe tagliato ben 60,6 miliardi di dollari di ricavi dell’industria globale delle quattro ruote.

Un problema gigantesco che mette in crisi la produzione di diversi beni essenziali negli Stati Uniti.
Il New York Times ha definito questo shock delle forniture una minaccia all’ambizione della presidenza Biden di rivitalizzare la manifattura negli Stati Uniti.
Insieme alla carenza di altre componenti essenziali questa disruption ha appena imposto lo stop alla produzione automobilistica di alcuni impianti di Toyota e Honda negli USA.

Un articolo di Fortune spiega la crisi delle forniture con due filoni principali.

La prima causa è il fatto che il boom mondiale dello smart working e delle vendite di pc (il +13,1% dello scorso anno è stato la migliore performance del decennio): dispositivi che hanno assorbito componenti e semiconduttori altrimenti destinati al mondo delle quattro ruote.

La seconda causa di questo “shortage” sarebbe invece da ricercare nell’America First di Trump che avrebbe impattato sulla catena di approvvigionamento di importanti industrie americane e, nonostante recenti retrofront, farebbe ancora sentire il suo peso in maniera importante.

E’ comunque un problema che sta impattando su tutti.

General Motors sta da tempo discutendo con i fornitori ma ha dovuto tagliare la produzione, per la mancanza di semiconduttori, a Fairfax (Kansas), CAMI (Canada) e San Luis Potosi (Messico).

Il gruppo guidato da Mary barra ha venduto 6,8 milioni di veicoli nel mondo nel 2020 contro i 7,71 milioni dell’anno prima, ma ha anche prodotto ventilatori polmonari ed è riuscita a limitare i danni a un calo dei ricavi da 137,2 miliardi a 122,48 miliardi di dollari con un utile di appena 300 milioni in calo a $ 6,4 mld.
Nonostante i 27 miliardi di dollari di investimenti previsti nella mobilità elettrica e nei veicoli autonomi entro il 2025, soltanto quest’anno la mancanza di semiconduttori potrebbe segare Trend Online

 

© TraderLink News - Direttore Responsabile Marco Valeriani - Riproduzione vietata



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