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Le aziende provano a essere più inclusive

04/08/2021 18:00

Mentre nell’Unione europea si discute di una “Tassonomia sociale” per la finanza sostenibile da affiancare a quella ambientale, il fattore “S” di ESG sta diventando sempre più critico per gli investitori. Fino a qualche tempo fa, l’attenzione si concentrava soprattutto sulle questioni di genere, ma dall’anno scorso sono balzate in primo piano anche quelle etniche e razziali a causa della pandemia che ha amplificato le disuguaglianze tra la popolazione.

Nell’interim report della Piattaforma per la finanza sostenibile, un organismo di consulenza alla Commissione europea per sviluppo della Tassonomia Ue, vengono ipotizzate due dimensioni.

La prima è quella orizzontale e si focalizza sulle politiche, i processi e le pratiche interne alle aziende che determinano il loro impatto sociale con riferimento, ad esempio, agli standard lavorativi e ai gruppi più vulnerabili. La seconda dimensione (verticale) fa riferimento ai prodotti e servizi, ossia alle iniziative per contribuire in positivo al fattore “S”.

Gli ostacoli non sono pochi, considerata la complessità dell’ambito sociale e la difficoltà nel misurare i risultati.

Ma la strada sembra in qualche modo segnata perché le controversie che le aziende devono affrontare sono in aumento e gli investitori vogliono proteggere i loro portafogli da tali rischi.

L’impennata delle controversie

Da un recente studio di Sustainalytics (società del gruppo Morningstar) su un campione di oltre 3.300 società quotate sulle borse mondiali e appartenenti all’indice Morningstar global markets large-mid cap, è emerso che nel 2020 ci sono stati 288 incidenti in 130 imprese che hanno riguardato tematiche etniche o razziali.

In particolare, ci sono due tipi di controversie, quelle interne riferite al trattamento dei dipendenti e quelle esterne derivanti dall’impatto dei prodotti e servizi sulle comunità di riferimento. Rispetto al 2019, le prime sono aumentate del 175%; le seconde del 510%. In parte la ragione è l’incremento dei casi; in parte la maggior trasparenza su di essi.

Tra il 2015 e il primo trimestre 2021, le aziende coinvolte in questo tipo di incidenti sono state oltre 200 per un totale di 605 casi a livello globale, di cui quasi la metà l’anno scorso.

“La maggior parte riguarda le relazioni con le comunità di riferimento, come pratiche di marketing discriminatorie o attività operative con un impatto negativo sui gruppi etnici meno rappresentati”, spiega Martin Vezér, che è tra gli autori del report di Sustainalytics.
“122 su 605 casi sono interni, in prevalenza connessi alle accuse di discriminazione nelle procedure di assunzione”.

Esposizione dei titoli azionari globali agli incidenti legati a questioni etniche e razziali


Le accuse al settore finanziario e dei beni di consumo

Il settore finanziario è sul banco degli imputati.

Nel 2020, il 63% delle controversie ha coinvolto le banche o altre istituzioni creditizie, accusate dalle organizzazioni non governative di aver supportato aziende che si suppone danneggino le comunità indigene con le loro attività (sfruttamento della forza lavoro, danni alle risorse idriche e ai loro territori, ecc.).

L’incremento del numero di incidenti interni alle aziende è imputabile in larga misura al settore dei beni di consumo discrezionali.
In particolare, quattro su dieci hanno coinvolto Amazon.com. “I dipendenti negli Usa e nel Regno Unito, per esempio, hanno dichiarato di aver subito discriminazioni razziali e molestie da parte di altri colleghi, di essersi visti negare opportunità di promozione a favore dei dipendenti bianchi, o di essere stati invitati a partecipare a pratiche di assunzione discriminatorie”, si legge nel report di Sustainalytics.

A livello geografico, la maggior parte dei casi totali monitorati (61%) ha interessato la regione latino-americana e caraibica.

L’Europa rappresenta una porzione molto piccola (2%); gli Stati Uniti il 21%.

Imprese poco intraprendenti?

Le aziende stanno intraprendendo iniziative per ridurre la probabilità di controversie etniche o razziali, ma i dati sembrano mostrare più una reazione in seguito al verificarsi degli incidenti che una strategia di prevenzione.
L’adozione di politiche antidiscriminatorie, ad esempio, è cresciuta nel 2020, dopo che si sono verificati diversi incidenti in questo ambito. Inoltre, sono ancora poche le società con programmi strutturati per la diversità ed equità. Infine, nel comparto bancario si può fare molto di più sulla finanza inclusiva per permettere alle persone con minori disponibilità economiche di accedere a servizi quali il credito, i mutui o i prestiti per avviare piccoli progetti imprenditoriali.

Crescita del numero di iniziative di inclusione nelle aziende a livello globale

“Lo studio mostra come le aziende debbano fare di più per gestire le questioni razziali ed etniche, non solo nel comunicare i loro programmi, ma anche nell’assicurare che queste iniziative siano efficacemente implementate in modo da ridurre i rischi e le controversie”, conclude Vezér.

Ancora oggi, solo il 15% del campione va oltre gli obblighi informativi regolamentari o fa riferimento alle convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo). Una percentuale più alta fa monitoraggio e auditing o ha una lista di tipologie di discriminazione che intende eliminare (circa il 60%).
Per i gestori di patrimoni è un terreno fertile per intraprendere iniziative di azionariato attivo (engagement).

Percentuale di aziende globali che comunicano specifiche iniziative contro le discriminazioni e per la diversità

Di Sara Silano

Autore: Morningstar Fonte: News Trend Online
 

© TraderLink News - Direttore Responsabile Marco Valeriani - Riproduzione vietata



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