Petrolio e petroliferi tornano al centro

Pierpaolo Scandurra Pierpaolo Scandurra - 18/03/2026 10:42

Il petrolio è tornato a dettare il ritmo dei mercati. A riaccendere la corsa del Brent non è stata una revisione strutturale dello scenario globale, ma il riemergere improvviso del rischio geopolitico: le nuove tensioni in Medio Oriente hanno riportato in primo piano il tema della sicurezza dell’offerta e il timore di possibili contraccolpi sui flussi energetici globali. Il ritorno sopra i 100 dollari al barile racconta proprio questo: non un mercato convinto di essere all’inizio di un nuovo superciclo, ma un mercato che torna a misurarsi con una volatilità sempre più guidata dalla geopolitica. È in questo contesto che il comparto energetico ritrova centralità. Più che una scommessa lineare su un’ulteriore impennata del greggio, lo scenario attuale richiama l’attenzione su una dinamica ben nota agli investitori: nelle fasi in cui il petrolio corre per shock sull’offerta, tende a rafforzarsi la correlazione negativa tra Brent e WTI da un lato e mercato azionario dall’altro, perché il rialzo dell’energia riporta al centro timori su inflazione, margini e crescita. Le tensioni delle ultime sedute lo hanno mostrato con chiarezza, con il greggio in accelerazione e gli indici azionari appesantiti dal riemergere delle preoccupazioni macro. È questa combinazione a rendere il quadro particolarmente rilevante: il petrolio non sale in un vuoto macro, ma in un equilibrio fragile in cui l’energia torna a essere insieme barometro geopolitico e fattore di pressione sui mercati. Anche perché, al di là dello strappo recente, gli outlook di medio termine restano più cauti: l’EIA prevede un Brent sopra 95 dollari nel breve, ma in progressivo rientro sotto 80 dollari nel terzo trimestre e verso 70 dollari entro fine 2026.

È in questo scenario che si inserisce l’ultimo certificato di Natixis, costruito su un segmento del mercato azionario che tende a recuperare centralità quando energia e geopolitica tornano a incidere in modo diretto sugli equilibri di mercato. La logica è quella di esporsi a titoli che, in uno scenario di questo tipo, possono offrire al tempo stesso un hedging naturale rispetto ad altre componenti dell’equity più esposte al rallentamento della crescita o alla pressione dei costi energetici, e al contempo conservare un ruolo stabile nella costruzione di portafoglio. Parliamo del Phoenix Memory Callable (ISIN IT0006773607) emesso da Natixis. Il certificato, scritto su un basket composto da Chevron, Exxon, British Petroleum e Repsol, prevede il pagamento di premi condizionati dotati di effetto memoria (trigger premio posto al 60% dei rispettivi strike price) pari allo 0,9033% mensile (10,84% p.a.), con durata pari a due anni e mezzo; a partire da giugno 2026, il certificato potrà essere richiamato anticipatamente a discrezione di Natixis, in virtù della presenza dell’opzione callable in capo all’emittente, che può rimborsare il valore nominale dello strumento (pari a 1.000 euro) insieme ad un ultimo premio dello 0,9033%. Qualora si giunga alla data di osservazione finale del 13 settembre 2028 senza che il certificato sia stato richiamato, il prodotto rimborserà il proprio valore nominale, oltre ad un ultimo premio, qualora Chevron, titolo peggiore che attualmente compone il paniere non perda più del 40% circa dalla quotazione corrente (barriera capitale al 60% dei valori iniziali). Al di sotto del livello barriera, il valore di rimborso del certificato verrà invece diminuito della performance negativa del titolo worst of, che verrà calcolata partire dallo strike price.

Il certificato è quotato sul segmento Sedex di Borsa Italiana, ad un prezzo lettera che incorpora il pagamento di una cedola, con un rendimento ottenibile dall’investitore pari al 10% su base annua, in caso di mantenimento della barriera a scadenza.

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Report a cura di Pierpaolo Scandurra
www.certificatiederivati.it


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