Nel 2027 chi vuole accedere alla pensione di vecchiaia dovrà avere 67 anni e un mese di età, mentre nel 2028 ben 67 anni e tre mesi.
Ormai è noto a tutti il doppio innalzamento dei requisiti di accesso in arrivo, proprio un bel regalo per i lavoratori vicini alla pensione.
Purtroppo, il peggio deve ancora venire. Secondo le rilevazioni del rapporto annuale della Ragioneria generale dello Stato sulle tendenze di medio-lungo periodo del sistema previdenziale e socio-sanitario, i requisiti si spingeranno ancora più in là già a partire dal 2029.
Per saperne di più in merito all'argomento, consigliamo di approfondire al meglio la questione con questo video YouTube, con ringraziamento al canale di Tele Italia.
Di quanto aumenteranno i requisiti per la pensione dal 2029
Di ben tre mesi! Lo si può vedere dai dati riportati nelle tabelle del report della Ragioneria generale dello Stato.
Se il biennio 2027-2028 vedrà il passaggio graduale da 67 anni e un mese a 67 anni e tre mesi, il 2029 non concederà alcuna pausa: la soglia salirà direttamente a 67 anni e sei mesi.
E tutto questo per via del continuo allungamento della speranza di vita, una variabile che, tolta la parentesi dell'emergenza sanitaria da Covid, ha ripreso a correre influenzando direttamente e inevitabilmente la data del pensionamento.
E anche il numero di anni di contributi da versare se si vuole uscire prima dal lavoro. Perché, oltre alla pensione di vecchiaia, anche la pensione anticipata subirà la medesima stretta.
Per usufruirne senza vincoli di età saranno necessari 42 anni e 11 mesi di contributi nel 2027 e 43 anni e un mese nel 2028. Dopodiché, la barra si alzerà a 43 anni e quattro mesi nel 2029 (in tutti i casi sempre con un anno di sconto per le donne).
Nuove mosse dal Governo per impedire lo scatto?
Al momento no. Riproporre una soluzione morbida simile a quella adottata con la Manovra di Bilancio 2026 (che aveva spalmato i rialzi nel corso del biennio) richiederebbe risorse finanziarie rilevanti che l'esecutivo dovrà provare a reperire quanto prima.
Su questo fronte la strada è tutta in salita; tra l'altro la spesa pubblica per le pensioni non smetterà di crescere nei prossimi anni.
Sempre la Ragioneria di Stato precisa che il picco massimo del rapporto tra spesa previdenziale e PIL verrà toccato nel 2041 quando raggiungerà il 17,1%, assestandosi su tale valore per un triennio. Una contrazione graduale si noterà soltanto dal 2045 in avanti, con una discesa al 16,2% nel 2050 fino ad arrivare al 14% nel 2070.
Anche la spesa complessiva per pensioni, sanità e assistenza a lungo termine (long-term care) sempre in rapporto al PIL continuerà ad aumentare: pur essendo scesa al 22,1% del PIL nel 2023 (con un calo di 3,3 punti), tale spesa riprenderà a salire toccando il 23,2% nel 2030, per poi scendere verso un massimo del 25,5% nel 2044 e ridursi infine al 23% entro il 2070.
Con questi saldi di bilancio, per la maggioranza di Governo diventa quasi impossibile non solo ipotizzare un blocco strutturale dell'innalzamento dei requisiti, ma anche puntare su nuove opzioni anticipatorie.

Che fine farà allora la proposta della pensione a 64 anni?
Nonostante ciò, la politica continua a discutere la possibilità di introdurre nuove forme di flessibilità in uscita, in particolare l'ipotesi di ritirarsi a 64 anni.
Una misura temporanea per il prossimo triennio, accompagnata però da penalizzazioni non trascurabili, come la prestazione ricalcolata integralmente con il sistema contributivo.
Non il massimo per il lavoratore, che anzi si ritroverebbe con un assegno meno consistente.
Stando alle simulazioni elaborate dalla Cgil, un lavoratore con 40 anni di contributi e una retribuzione annua di 35.000 euro percepirebbe 1.726 euro mensili con il sistema misto, mentre passerebbe a circa 1.543 euro con il ricalcolo contributivo.
Una perdita di circa 182 euro al mese, pari a un taglio del 10,6%.
Per le retribuzioni annue da 50.000 euro la decurtazione salirebbe a 261 euro mensili, superando persino i 365 euro al mese per i redditi da 70.000 euro.