Stipendi Statali 2026: perché gli aumenti rischiano di essere più bassi del previsto

Benna Cicala Benna Cicala - 18/02/2026 07:45

Stipendi Statali 2026: perché gli aumenti rischiano di essere più bassi del previsto

Il rinnovo del contratto per il personale degli enti locali, atteso da mesi e ormai vicino alla firma definitiva, sembrava dover portare un aumento significativo degli stipendi statali. Le cifre diffuse nelle prime bozze parlavano di incrementi importanti, arretrati consistenti e un impegno economico rilevante per lo Stato. Tuttavia, man mano che emergono i dettagli tecnici, il quadro si fa meno brillante. Gli importi lordi annunciati rischiano infatti di tradursi in aumenti netti molto più contenuti, con un effetto reale che potrebbe deludere molti lavoratori.

A questo punto è inevitabile chiedersi: cosa prevedono davvero gli aumenti degli stipendi statali? Perché il netto rischia di essere molto più basso? E quali conseguenze potrebbe avere tutto questo sul potere d’acquisto dei dipendenti pubblici? Scopriamolo insieme.

Prima però vi lasciamo al video YouTube di Michele Madonna sugli stipendi Statali.

Gli aumenti degli stipendi statali: cosa prevede il contratto e perché il netto sarà più basso del lordo

Il rinnovo del CCNL Funzioni Locali 2022‑2024, firmato in via preliminare a novembre 2025, prevede un aumento medio di circa 140 euro lordi al mese per il personale del comparto. A questi si aggiungono arretrati che, secondo le stime, possono arrivare fino a 2.350 euro. Per i dirigenti, gli incrementi sono più consistenti: oltre 400 euro lordi mensili, con arretrati che in alcuni casi superano i 10 mila euro.

Sulla carta, dunque, si tratta di un intervento importante. Tuttavia, quando si passa dal lordo al netto, la situazione cambia radicalmente. Una parte dell’aumento è infatti già stata anticipata negli anni precedenti attraverso l’Indennità di Vacanza Contrattuale, che ha garantito un acconto in attesa del rinnovo. Questo anticipo, che in molti casi supera la metà dell’aumento complessivo, riduce l’effetto finale sul cedolino.

A questo si aggiunge la tassazione. Le simulazioni elaborate da diverse sigle sindacali mostrano che, tra contributi e imposte, una quota significativa dell’aumento lordo viene assorbita prima di arrivare in busta paga. Il risultato è che, per alcune categorie, l’incremento reale può scendere a poche decine di euro al mese.

Un esempio aiuta a capire meglio. Per un dipendente in area D3, l’aumento lordo previsto è di 144 euro. Di questi, 85 euro erano già stati erogati come IVC. La tassazione incide per circa 25 euro. Il netto effettivo si ferma quindi intorno ai 33 euro mensili. Una cifra molto lontana dalle aspettative create dagli annunci iniziali.

Inflazione, potere d’acquisto e arretrati: perché gli aumenti non compensano le perdite degli ultimi anni

Il problema non riguarda solo la differenza tra lordo e netto. Il triennio 2022‑2024 è stato caratterizzato da un aumento dei prezzi particolarmente intenso, con un’inflazione cumulata che ha superato il 16%. Questo ha eroso in modo significativo il potere d’acquisto dei dipendenti pubblici, che già partivano da livelli salariali inferiori rispetto ad altri comparti.

Secondo le analisi sindacali, per recuperare davvero la perdita subita sarebbe stato necessario un aumento vicino al 14% del salario. Nel caso del dipendente D3, ad esempio, il recupero pieno avrebbe richiesto un incremento di oltre 300 euro al mese. L’aumento previsto dal contratto, invece, si ferma a meno della metà.

Anche sugli arretrati il divario è evidente. Le stime indicano che, nel triennio considerato, un lavoratore medio ha perso circa 14 mila euro di potere d’acquisto. Gli arretrati riconosciuti dal contratto, però, si fermano poco sopra i mille euro lordi. Una distanza che alimenta il malcontento e spiega perché alcune sigle, come la FP CGIL, abbiano scelto di non firmare l’accordo.

Il tema non è solo economico. L’assenza di risorse per le progressioni verticali e la mancata istituzione di una nuova area per le elevate qualificazioni rappresentano un ulteriore elemento di criticità. Senza investimenti sulla crescita professionale, il rischio è che gli stipendi statali restino fermi anche nei prossimi anni, con effetti negativi sulla motivazione e sulla capacità della pubblica amministrazione di attrarre personale qualificato.

Perché gli aumenti degli stipendi statali potrebbero essere più bassi del previsto: vincoli di bilancio e nodi irrisolti

Il motivo principale per cui gli aumenti rischiano di essere inferiori alle attese è legato ai vincoli di finanza pubblica. Il rinnovo dei contratti del pubblico impiego comporta una spesa significativa per lo Stato, che deve conciliare le richieste dei lavoratori con le risorse disponibili. La Legge di Bilancio ha stanziato fondi importanti, ma non sufficienti a coprire aumenti più consistenti.

Inoltre, la scelta di anticipare una parte dell’aumento attraverso l’IVC ha permesso di distribuire subito una quota del beneficio, ma ha ridotto l’effetto finale del rinnovo. Molti lavoratori, vedendo gli importi lordi, si aspettavano un incremento più consistente, senza considerare che una parte era già stata erogata.

Un altro elemento da considerare è la struttura stessa del contratto. Gli aumenti sono calcolati su parametri che non tengono conto dell’inflazione reale, ma di indicatori più contenuti. Questo crea un divario tra la crescita dei prezzi e l’evoluzione degli stipendi, che si traduce in una perdita di potere d’acquisto.

Infine, la mancanza di investimenti sulle progressioni di carriera limita la possibilità di aumenti futuri. Senza nuove aree professionali e senza risorse dedicate, molti dipendenti rischiano di restare bloccati nella stessa fascia retributiva per anni, con incrementi minimi e lontani dalle esigenze reali.

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