Gli investitori ammassano plusvalenze (ma c'è un "ma")

Gaetano Evangelista Gaetano Evangelista - 19/06/2024 13:37

Da quando i titoli di Stato hanno fornito una alternativa reddituale in termini di cedole, il mercato azionario ha cambiato marcia: accelerando verso l'alto. L'asset allocation da novembre in avanti ha correttamente anticipato il bull market.

Tanto per non perdere l’abitudine, la borsa americana raggiunge ieri un nuovo massimo storico in termini di S&P500 (è il 30esimo quest’anno) e di Nasdaq 100: prossimo ormai al target a 20.000 punti enunciato a luglio scorso per effetto di un raro ma efficace setup quantitativo.
Dall’inizio dell’anno Wall Street consegue una performance prossima ormai al +15%, senza considerare i dividendi. Si narrava che il rialzo dei tassi di interesse avrebbe costituito una concorrenza irresistibile per il mercato azionario, ma da quando il rendimento dei T-Bill trimestrali si è spinto per la prima volta sopra il 5.0%, ad aprile dello scorso anno, la borsa americana ha guadagnato il 34% in termini total return.

L’aspetto confortante per gli investitori è che una simile performance è maturata in un contesto di volatilità contenuta. Negli ultimi dodici mesi le sedute da +1% sono state appena 27: una volta ogni due settimane, a spanne. Il Toro è discreto: non dà nell’occhio.
Difatti, rende noto il sondaggio periodico realizzato da JP Morgan fra la propria clientela, gli investitori che valutano di incrementare l’esposizione in azioni, sono scesi al 17% del totale interpellato: una disaffezione che ha del patologico, e che si colloca agli antipodi rispetto alla proporzione quasi plebiscitaria di fine 2021.
È ovvio che il bull market ciclico in essere da più di venti mesi non possa essere ignorato dalle istituzioni finanziarie. Dopo Goldman Sachs, ora anche Citi compie atto di genuflessione, innalzando il target per il 2024 per lo S&P a 5.600 punti, e non mancano osservatori che scorgono una probabilità non trascurabile di vedere i 6.000 punti.
Per un mercato che rappresenta il 62.5% della capitalizzazione complessiva del MSCI All Country, è un dato che non può essere trascurato.

In termini di asset allocation l’impostazione aggressiva inaugurata lo scorso novembre ha prodotto i suoi frutti. In sette mesi le plusvalenze raccolte sono state copiose, e torneranno utili a tempo debito.
L’unico aspetto spiacevole è che, a parte la liquidità, non si scorgono forme alternative di investimento che possano fungere da ammortizzatore in caso di sobbalzi rilevanti, in virtù della consolidata correlazione inversa fra indici azionari e rendimenti obbligazionari: riflesso di un cambio paradigmatico rispetto all’esperienza storica compresa fra la fine degli anni Novanta ed il 2020.
Difatti una canonica gestione 60/40 (60% SPY, 40% TLT), pur svettando verso l’alto, deve la sua rivalutazione alla crescita spettacolare dell’Equity globale, non intralciata dal reddito fisso. Quando ad un certo punto sopraggiungerà il bear market azionario, nelle condizioni correnti verosimilmente il bond market aggiungerà le sue, di perdite.

Gaetano Evangelista

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