Competitività UE, tra rilancio del mercato unico e accuse di deregolamentazione
La competitività torna al centro dell’agenda europea. La presidente della Ursula von der Leyen ha annunciato una nuova roadmap per rafforzare il mercato unico, con l’obiettivo di renderlo pienamente operativo e più integrato entro il 2027. Il piano sarà presentato ufficialmente dalla Commissione europea al prossimo Consiglio europeo.
L’iniziativa, sintetizzata nello slogan “Un’Europa, un mercato”, punta a semplificare le norme per le imprese, favorire la crescita di grandi gruppi industriali capaci di competere con Stati Uniti e Cina e accelerare l’integrazione nei settori dell’energia e dei capitali.
Tra gli strumenti previsti:
A) Semplificazione normativa
- Riduzione burocrazia per imprese
- Snellimento autorizzazioni
- Revisione di alcune norme ambientali troppo complesse
Effetto atteso: maggiore attrattività per investimenti.
B) Rafforzamento del Mercato Unico
- Eliminazione barriere interne (servizi, energia, digitale)
- Accelerazione Unione dei Mercati dei Capitali
- Maggiore integrazione finanziaria
Questioni aperte
- Debito comune sì/no
- Riforma aiuti di Stato
- Equilibrio tra mercato aperto e protezione industriale
- Cooperazione rafforzata tra gruppi di Stati
Secondo la Commissione, si tratta di un passaggio necessario per colmare il divario competitivo e rafforzare l’autonomia strategica europea in un contesto globale sempre più instabile.
Non mancano i dissensi che intravedono la possibilità di una “competitività che smonta l’Unione”. Le critiche pongono l’enfasi sulla deregolamentazione, sostenendo che dietro la semplificazione si nasconda un indebolimento delle tutele ambientali e sociali. Inoltre, secondo questa visione, l’UE avrebbe bisogno soprattutto di investimenti comuni su larga scala, non solo di alleggerimenti normativi.
Il confronto, dunque, non è solo tecnico ma politico: da una parte l’idea di un’Europa più agile e orientata al mercato globale; dall’altra il timore che la corsa alla competitività finisca per ridurre il progetto europeo a un semplice spazio economico, sacrificando coesione sociale e ambizioni ambientali. Il vertice di marzo dirà quale direzione prevarrà.
Quanto hanno incassato gli USA dai dazi
Negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno significativamente aumentato le tariffe sulle importazioni sotto l’amministrazione di Donald Trump:
📊 Entrate daziarie recenti
- Nel 2025 il governo ha raccolto circa 287 miliardi di dollari di dazi doganali sulle importazioni, quasi triplicando rispetto all’anno precedente.
- Una parte di queste entrate (oltre 124 mld $ solo nei primi mesi dell’esercizio fiscale 2026) ha contribuito a ridurre il deficit federale e ad alimentare l’argomentazione dell’amministrazione sulla loro utilità.
- Entrate tariffarie mensili a volte si sono avvicinate anche a 30-50 miliardi di dollari al mese, secondo alcune stime ufficiali e dichiarazioni di funzionari.
Secondo una recente analisi della Federal Reserve di New York, circa 90% dei costi dei dazi viene trasferito sugli importatori e consumatori USA.
Cosa potrebbe succedere con una sentenza della Corte Suprema
1. Refund di dazi già incassati
- Se la Corte Suprema decidesse che questi dazi sono illegali, gli Stati Uniti potrebbero dover restituire parte delle entrate già raccolte alle aziende importatrici. Alcune stime parlano di refund potenziali fino a 90–168 miliardi di dollari in totale.
- Questo è un evento senza precedenti perché non è mai successo che il governo federale restituisse così tanta entrata fiscale per dazi.
2. Perdita di entrate future
- Se i dazi venissero eliminati, il flusso di entrate tariffarie si ridurrebbe drasticamente, costringendo il Tesoro a cercare altre fonti di introito o aumentare le imposte altrove.
- Il Segretario al Tesoro ha comunque detto che il governo potrebbe usare altre norme tariffarie per reintegrare parte delle entrate, ma sarebbe un processo più lento e meno flessibile.
3. Impatti economici e commerciali
- Per le imprese che importano beni il costo delle merci potrebbe tornare a scendere, migliorando l’efficienza delle catene di fornitura.
- Alcuni studi sostengono che una riduzione o annullamento dei dazi potrebbe favorire la crescita economica statunitense nel lungo periodo, anche se ridurrebbe l’uso delle tariffe come strumento di pressione nelle negoziazioni commerciali.
- D’altra parte, alcuni gruppi politici e settori industriali favorevoli alle tariffe vedono questi dazi come leva di potere negoziale e protezione industriale, perciò la loro rimozione diminuirebbe il “peso negoziale” degli Stati Uniti nelle trattative commerciali.
Curiosità:
Se avessi investito 1.000$ in Apple nel 1980…
Apple si quota in borsa il 12 dicembre 1980 a 22 dollari per azione (IPO). All’epoca era un’azienda di computer guidata da giovani visionari come Steve Jobs e Steve Wozniak.
Con 1.000 dollari al prezzo di IPO avresti acquistato circa 45 azioni.
Ma qui entra in gioco un elemento chiave: gli split azionari.
Apple ha effettuato diversi split nel corso degli anni (2-for-1 nel 1987, 2000 e 2005, 7-for-1 nel 2014 e 4-for-1 nel 2020), quelle 45 azioni si sarebbero trasformate in circa 10.080 azioni oggi. Ogni split ha moltiplicato il numero di azioni possedute, mantenendo invariato il valore complessivo iniziale ma aumentando enormemente il numero di titoli in portafoglio.
- Con il prezzo attuale delle azioni Apple, quel pacchetto sarebbe valso circa 2,5 milioni di dollari, senza nemmeno considerare i dividendi raccolti nel tempo, se si fossero renivestiti automaticamente i dividendi, il valore finale sarebbe ancora più alto.
👉 In altre parole: 1.000 $ investiti nel 1980 in Apple sarebbero oggi circa 2.500 volte più grandi, una testimonianza potente del valore di una strategia di investimento di lungo periodo in un’azienda innovativa.
Ma attenzione: non è stata una linea retta.
Negli anni ’90 Apple ha rischiato il fallimento. Il titolo ha attraversato fasi di crolli importanti. Solo con il ritorno di Steve Jobs nel 1997 e il lancio di prodotti come iMac, iPod e poi iPhone, l’azienda ha iniziato la sua trasformazione in uno dei brand più profittevoli della storia.
Infatti, nel 2007, periodo in cui è stato lanciato il primo iPhone e Apple iniziava la sua ascesa globale, il prezzo delle azioni Apple, aggiustato per gli split successivi, era di circa $3–4 per azione.
- Un investimento di 1.000 $ in quel periodo (poco più del prezzo del telefono), considerando tutte le moltiplicazioni dovute agli split del 2014 (7-for-1) e del 2020 (4-for-1), oggi varrebbe oltre 500 000 $ (circa 470 000 € con cambio attuale indicativo).
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LA SETTIMANA IN BORSA
Negli ultimi due anni salivano tutti i titoli legati all'AI o che investivano in essa. Negli ultimi mesi, nonostante lo scetticismo, i settori che potrebbero essere colpiti dall'intelligenza artificiale o che non hanno provveduto ad investirvi sono venduti. Dopo i software ora sono i servizi finanziari in Europa e la logistica in America, sembra una caccia all'uomo senza ben sapere il motivo per cui lo si stia cercando, solo supposizioni e reati presunti. Sembra quasi di assistere in una bolla al contrario dove l'euforia è assente, mentre il panico imperversa.
Specifica Europa
Le trimestrali in Europa hanno nel 60% dei casi battuto le stime e per quanto la percentuale sembri bassa ha comunque fatto meglio delle attese. Nonostante questo i listini si sono mossi sulla parità o in lieve calo. Da segnalare forti flussi in entrata sui listini europei a discapito di quelli americani che di conseguenza sono tra i pochi in negativo da inizio anno.
Performance settimanali degli indici europei
I principali listini europei hanno chiuso in ribasso, peggior listino è l'Italia:
- DAX (Germania): -0,40%
- CAC 40 (Francia): -0,14%
- FTSE MIB (Italia): -2,97%
- FTSE 100 (Regno Unito): +0,58%
- EURO STOXX 50: -1,21%
- MSCI Europe: -0,44%
- EURO STOXX 600: -0,60%
Specifica Usa
I ribassi di Apple pesano sugli indici a causa di una presunta indagine da parte della Federal Trade Commission in merito alle tendenze politiche delle testate giornalistiche incluse nelle sue app News. La FTC è guidata da cinque commissari, nominati dal Presidente e confermati dal Senato, con la regola che non più di tre commissari possono appartenere allo stesso partito politico. Trump ha ripetutamente accusato le grandi aziende tecnologiche di censurare i contenuti di destra. Le tensioni tra Apple che aggira i dazi e produce in Cina e il Tycoon si risolveranno quando l'azienda della mela inizirà ad investire i 600 mld promessi per portare la produzione negli Stati Uniti.
Performance settimanale degli indici Usa e mondo
Anche i listini americani chiudono in ribasso mentre salgono gli emergenti:
- S&P 500: -1,85%
- Nasdaq: -2,10 %
- Russell 2000: -0,89%
- MSCI World: -1,34%
- MSCI Emerging Market: +1,01%
- MSCI China: -1,93%
Dati macro:
La crescita dell'occupazione negli Stati Uniti ha accelerato a gennaio e il tasso di disoccupazione è sceso al 4,3%, segnali di stabilità del mercato del lavoro. L'inflazione su base annua è aumentata del 2,4%, in calo rispetto al +2,7% del mese precedente e sotto il 2,5% atteso dal consensus. Ora iniziano le toto scommesse per quanto riguarda la Fed, chi si aspetta un taglio già da aprile e chi invece lo sposta a luglio. Se l'occupazione rimane forte e l'inflazione stabile probabilmente i tassi rimarranno tali con Powell, poi questa estate la palla passerà al suo successore.
Analisi tecnica e valutazioni:
Continua una fase di consolidamento che ormai dura da novembre con gli indici americani in fase di stallo, mentre sono in forza gli emergenti che incorporano una situazione di ipercomprato, ma come si sa: forza chiama forza e debolezza chiama debolezza. L'America non è finita e nelle prossime settimane le big tech potrebbero tornare interessanti a questi prezzi, mentre alcune borse emergenti potrebbero consolidare, ma quello che stiamo assistendo negli ultimi mesi è un chiaro cambio di paradigma: diversificare e rivedere i portafogli America centrici.
Conclusioni
Negli Stati Uniti, sono emerse notizie su modifiche alle tariffe su acciaio e alluminio con una possibile riduzione di alcuni dazi legati alla sicurezza nazionale, accompagnate da un accordo commerciale con Taiwan che prevede investimenti significativi nel settore tecnologico ed energetico. Sembra che Trump abbia accusato il colpo del voti del Congresso a favore dell'abolizione dei dazi al Canada con sei deputati repubblicani che hanno sfidato Trump. La misura è stata approvata con 219 voti a favore e 211 contrari. Un cambio di rotta della politica estera o semplicemente un monito del suo partito al Presidente? Interessante pensare a cosa potrebbe succedere se la Corte Suprema si esprimesse a sfavore dei dazi imposti da Trump senza passare dal Congresso.
Prospettive per la prossima settimana
Lunedì le borse in America saranno chiuse per il President Day e forse Trump si prenderà una pausa sulla poltrona per riflettere su quanto sta accadendo nel mondo: l'America e gli americani sono visti con diffidenza. Da "make it great again" sembra piuttosto "make il hate again". Anche i membri del suo partito se ne stanno accorgendo, come i sondaggi in vista delle elezioni di mid term e i competitor internazionali che invece di dividersi sembrano compattarsi. I mercati hanno bisogno di tranquillità che lui non da e ora sono in negativo da inizio anno e questo per la sua campagna elettorale non va bene. Riuscirà a dare fiducia agli investitori?