La Fed sta togliendo al mercato la sua bussola
Per oltre quindici anni gli investitori hanno avuto un alleato prezioso: la Federal Reserve.
Non tanto perché mantenesse sempre tassi bassi, ma perché spiegava con largo anticipo cosa avrebbe fatto.
La fine della "forward guidance"
La cosiddetta forward guidance aveva un obiettivo preciso: ridurre l'incertezza.
Indicando in anticipo la probabile traiettoria dei tassi, la banca centrale riusciva a influenzare rendimenti obbligazionari, costo del credito e condizioni finanziarie senza intervenire direttamente sul mercato.
Il cambio di paradigma
Con l'arrivo della nuova presidenza della Fed guidata da Kevin Warsh, il messaggio è radicalmente diverso.
La banca centrale intende comunicare meno, ridurre il peso delle indicazioni prospettiche e lasciare che siano i dati economici, e non le aspettative sulla Fed, a guidare i mercati.
Warsh ha più volte criticato l'eccessivo ricorso alla forward guidance, sostenendo che una banca centrale troppo prevedibile rischia di limitare la propria flessibilità operativa.
Perché questo cambia le valutazioni
Il valore di qualsiasi attività finanziaria dipende dai flussi di cassa futuri e dal tasso con cui questi vengono scontati.
Quando la Fed forniva una traiettoria relativamente prevedibile dei tassi, gli investitori potevano costruire modelli di valutazione con un grado di certezza maggiore.
È un aspetto particolarmente rilevante per i titoli growth e per le aziende tecnologiche con utili attesi soprattutto negli anni futuri.
L'intelligenza artificiale supera un nuovo test
Questo nuovo contesto rappresenta anche un banco di prova per il settore dell'intelligenza artificiale.
Negli ultimi due anni il rally delle Big Tech è stato sostenuto da due fattori:
- aspettative di forte crescita degli utili;
- convinzione che la Fed avrebbe progressivamente ridotto i tassi.
Se il secondo elemento diventa meno prevedibile, il mercato dovrà attribuire valore alle aziende AI quasi esclusivamente sulla base dei fondamentali.
In altre parole, le valutazioni dovranno essere giustificate dalla reale capacità delle imprese di trasformare gli enormi investimenti in data center, infrastrutture e semiconduttori in flussi di cassa e utili crescenti.
Conclusioni
Il messaggio della nuova Fed è chiaro: gli investitori non devono più cercare certezze nelle parole della banca centrale, ma nei dati dell'economia reale.
Per chi investe significa un ritorno a un ambiente più complesso, nel quale l'analisi fondamentale torna al centro del processo decisionale.
È probabile che questo comporti una volatilità più elevata nel breve periodo. Ma potrebbe anche segnare il ritorno a un mercato in cui i prezzi riflettono maggiormente i fondamentali delle imprese e meno le aspettative sulla prossima conferenza stampa della Fed.
Google perde la battaglia legale con l'UE
La Corte di Giustizia dell'Unione Europea ha messo la parola fine a uno dei più importanti contenziosi antitrust dell'era digitale. Con una sentenza destinata a fare scuola, i giudici di Lussemburgo hanno respinto il ricorso presentato da Google e dalla capogruppo Alphabet, confermando la sanzione da 4,1 miliardi di euro inflitta dalla Commissione europea per abuso di posizione dominante attraverso il sistema operativo Android.
L'indagine della Commissione europea risale al 2018, quando Bruxelles concluse che Google aveva sfruttato il predominio di Android – il sistema operativo installato sulla grande maggioranza degli smartphone nel mondo – per rafforzare il monopolio del proprio motore di ricerca.
Secondo l'Antitrust europeo, il gruppo americano imponeva ai produttori di smartphone condizioni particolarmente restrittive: per ottenere la licenza del Play Store, elemento fondamentale per la commercializzazione dei dispositivi Android, i produttori erano obbligati a preinstallare Google Search e il browser Chrome e a renderli le applicazioni predefinite. In alcuni casi erano inoltre previsti incentivi economici affinché venisse installato esclusivamente il motore di ricerca di Google.
Perché la decisione è così importante
La sentenza rappresenta una vittoria significativa per la politica europea sulla concorrenza e rafforza la linea adottata negli ultimi anni nei confronti delle grandi piattaforme digitali.
L'Unione Europea sostiene infatti che il controllo esercitato dai cosiddetti "gatekeeper" – le grandi aziende tecnologiche che controllano l'accesso ai mercati digitali – possa limitare la concorrenza, ridurre le possibilità di scelta dei consumatori e ostacolare l'innovazione.
Secondo i giudici, il comportamento di Google ha consolidato artificialmente il predominio del proprio motore di ricerca sfruttando la diffusione di Android, che rappresenta il sistema operativo mobile più utilizzato al mondo.
Le conseguenze per il settore tecnologico
La decisione della Corte va ben oltre il caso Google. Il verdetto conferma che le autorità europee dispongono di strumenti efficaci per intervenire contro pratiche considerate anticoncorrenziali anche da parte dei colossi tecnologici globali.
Il pronunciamento potrebbe inoltre influenzare le future controversie che coinvolgono altre grandi aziende del settore digitale, in un contesto nel quale l'Europa punta sempre più a regolamentare i mercati online attraverso norme come il Digital Markets Act e il Digital Services Act.
Per Google, oltre all'impatto economico della sanzione, la sentenza rappresenta soprattutto una battuta d'arresto sul piano strategico: viene infatti confermata la validità dell'impostazione della Commissione europea, che considera illegittimo utilizzare una posizione dominante in un mercato – quello dei sistemi operativi mobili – per rafforzarne un'altra, come quella della ricerca online.
La vicenda segna quindi un nuovo capitolo nella lunga sfida tra Bruxelles e le Big Tech, destinata a proseguire anche nei prossimi anni mentre l'Unione Europea continua a ridefinire le regole della concorrenza nell'economia digitale.
Curiosità
Perché Android è gratis? Il vero business di Google non è il sistema operativo
Quando si pensa a Google, molti immaginano Android come uno dei prodotti più redditizi dell'azienda. In realtà è vero il contrario: Android non nasce per essere una fonte diretta di ricavi, ma come il tassello centrale di una strategia economica molto più ampia.
Il sistema operativo mobile, oggi installato su circa il 70% degli smartphone nel mondo, viene infatti concesso gratuitamente ai produttori di dispositivi. A differenza di Microsoft, che per decenni ha venduto licenze di Windows ai produttori di PC, Google non guadagna dalla vendita di Android. La vera fonte di valore si trova nell'ecosistema che il sistema operativo rende possibile.
Android come "porta d'ingresso"
Ogni smartphone Android rappresenta un punto di accesso ai servizi Google. Dal momento in cui un utente configura il dispositivo, entra in un ambiente composto da:
- Google Search;
- Chrome;
- Gmail;
- Google Maps;
- YouTube;
- Google Play Store;
- Google Drive;
- Google Photos;
- Gemini e gli altri servizi di intelligenza artificiale.
Più tempo gli utenti trascorrono in questo ecosistema, maggiore è la quantità di dati, ricerche e interazioni che alimentano il business pubblicitario dell'azienda.
La pubblicità è il vero motore finanziario
Alphabet, la holding che controlla Google, genera la gran parte dei propri ricavi attraverso la pubblicità digitale.
Ogni ricerca effettuata su Google Search può mostrare annunci sponsorizzati. Lo stesso avviene su YouTube, Google Maps, Discover e su milioni di siti che utilizzano la rete pubblicitaria Google.
Gli inserzionisti pagano principalmente con il modello "pay-per-click" (PPC): spendono denaro ogni volta che un utente clicca su un annuncio. Più utenti utilizzano i servizi Google, maggiore diventa l'inventario pubblicitario disponibile e più elevati sono i ricavi.
In questo modello Android non produce direttamente utili: aumenta invece il numero di utenti che utilizzano quotidianamente i servizi Google, alimentando la macchina pubblicitaria.
Il Play Store: un'altra importante fonte di ricavi
Un altro tassello dell'ecosistema è il Google Play Store.
Gli sviluppatori possono distribuire gratuitamente le proprie applicazioni oppure venderle. Google trattiene una commissione sugli acquisti di app, sugli abbonamenti e sulle transazioni effettuate all'interno delle applicazioni.
Pur rappresentando un business importante, il Play Store genera ricavi inferiori rispetto alla pubblicità, che continua a essere il cuore del modello economico dell'azienda.
LA SETTIMANA IN BORSA
Settimana corta a Wall Street con la chiusura dei mercati di venerdì per la festa del 4 luglio, ma quattro giorni sono stati sufficienti per riportare i listini in prossimità dei massimi se non fosse stato per il dato sulla disoccupazione che ha prima entusiasmato in apertura e poi ha fatto chiudere i settori legati alla tecnologia in forte ribasso.
Specifica Europa
L'Europa torna, supera i massimi storici, e si potrebbe dire che quando la tecnologia è assente i listini europei ballano trainati dai settori value dell'old economy.
Performance settimanali degli indici europei
I principali listini europei hanno chiuso in rialzo:
- DAX (Germania): +4,49%
- CAC 40 (Francia): +1,47%
- FTSE MIB (Italia): +3,03%
- FTSE 100 (Regno Unito): +1,63%
- EURO STOXX 50: +3,10%
- MSCI Europe: +2,63%
- EURO STOXX 600: +2,66%
Specifica Usa
Il dato sulla disoccupazione ha tradito le aspettative ed in particolare gli investitori sembrano essere in difficoltà a tradurre il dato macro in aspettative per quanto riguarda i tassi di interesse. Se la regola per cui "bad news are good news" ha funzionato con Powell ora invece sembra innervosire i mercati ed in particolare gli investitori perché una sola riunione del nuovo Presidente Warsh non ha ancora dato la capacità agli analisti di interpretare il dato in funzione della futura politica monetaria.
Performance settimanale degli indici Usa e mondo
Anche i listini americani chiudono in rialzo mentre scendono gli emergenti:
- S&P 500: +1,76%
- Nasdaq: +2,12%
- Russell 2000: -0,46%
- MSCI World: +1,85%
- MSCI Emerging Market: -1,33%
- MSCI China: +1,24%
Dati macro:
L'economia Usa crea meno posti di lavoro nel mese di giugno, le aspettative erano per 114 mila ed invece sono stati 57 mila. In particolare è il settore turistico, nonostante i mondiali di calcio a creare meno posti di lavoro del previsto. Nel complesso comunque la disoccupazione scende al 4,2% contro le stime del 4,3%. Nel complesso, solo l'inflazione rimane fuori dai parametri del 2%, mentre crescita e disoccupazione non richiedono un taglio dei tassi per essere spinti. L'indice dei prezzi alla produzione in Italia è salito al 7,3%, mentre salgono le vendite al dettaglio in Germania a +1,6% da -0,6%.
Analisi tecnica e valutazioni:
Aumenta la volatilità intraday e l'incertezza come spesso accade in estate, ma luglio è generalmente benigno prima di una fase laterale ribassista in agosto, ma ricordiamo che le ultime estati non sono state affatto in linea con il classico sell in may and go away e comunque anche negli anni peggiori c'è stata una seconda opportunità in luglio.
Conclusioni
Si è concluso uno dei più bei trimestri della storia di Wall Street, ma non sembra che se ne siano accorti in molti o addirittura c'è chi ancora rimane scettico, nonostante il rally duri da novembre del 2023 mentre gli indici obbligazionari hanno ormai raggiunto il bear market più lungo di questo secolo con una durata di ben 71 mesi da agosto del 2020.
Prospettive per la prossima settimana
Ci avviciniamo alla nuova stagione delle trimestrali che devono confermare l'ottima crescita dei trimestri precedenti e la prossima settimana sarà di attesa quando il 14 luglio come sempre inizieranno le grandi banche americane. Nell'attesa mercoledì ci sarà la minute dell'ultima riunione della Fed, così per iniziare ad interpretare quali sono le principali linee guida del nuovo Presidente della Fed.