European Systemic Risk Board (ESRB), l'autorità europea incaricata di monitorare i rischi per la stabilità finanziaria.
L'ESRB ha creato una task force dedicata al private credit per rispondere a una domanda molto semplice:
Se dovesse verificarsi una crisi nel private credit, quanto velocemente potrebbe trasmettersi al sistema bancario europeo?
Il problema è che oggi nessuno dispone di dati sufficientemente completi per rispondere
Perché i dati mancano
Il mercato del private credit è cresciuto enormemente dopo la crisi del 2008.
Le banche, sottoposte a regolamentazione più severa, hanno ridotto i prestiti più rischiosi. Lo spazio è stato occupato da:
- fondi di private equity;
- fondi di direct lending;
- asset manager come Ares, Apollo, Blue Owl, Blackstone, ecc.
Questi soggetti non sono banche e quindi:
- pubblicano molte meno informazioni;
- non hanno obblighi uniformi di reporting;
- valutano internamente molti dei prestiti che detengono.
Gran parte del mercato è inoltre negli Stati Uniti, quindi i regolatori europei dipendono dalla collaborazione delle autorità americane. Ed è proprio qui che nasce il "muro"
Perché l'Europa è preoccupata
Il private credit vale ormai circa 3.100 miliardi di dollari a livello globale.
Di per sé non è necessariamente un problema.
La preoccupazione riguarda le interconnessioni.
Ad esempio:
- una banca europea finanzia un fondo di private credit;
- quel fondo presta denaro ad aziende molto indebitate;
- un rallentamento economico provoca insolvenze;
- il fondo registra perdite;
- la banca subisce a sua volta perdite o ritira la liquidità.
L'ESRB vuole capire proprio queste catene di trasmissione dello shock.
Perché gli USA sono restii a condividere i dati
L'articolo lascia intendere diversi motivi.
1. Riservatezza commerciale
I gestori considerano i dettagli dei prestiti un vantaggio competitivo.
Condividere informazioni dettagliate significa esporre:
- pricing;
- covenant;
- composizione dei portafogli;
- strategie di investimento.
2. Differenze regolamentari
Negli USA il private credit è regolato in modo diverso rispetto all'Europa.
Non esiste un database pubblico comparabile a quello che esiste per molte attività bancarie.
In conclusione
La notizia non segnala una crisi imminente del private credit. Piuttosto, evidenzia un problema di asimmetria informativa.
La vicenda piuttosto ironica della FED
Per mesi Donald Trump aveva attaccato Jerome Powell accusandolo di mantenere i tassi troppo alti e di ostacolare la crescita. Una volta terminato il mandato di Powell, Trump ha ottenuto la nomina di Kevin Warsh alla guida della Fed, un economista generalmente considerato più vicino alla sua visione dell'economia.
Trump contro Powell
Per Trump il messaggio era semplice:
- l'inflazione sarebbe stata ormai sotto controllo;
- i tassi elevati frenavano investimenti e Borsa;
- la Fed avrebbe dovuto tagliare rapidamente il costo del denaro.
Arriva Warsh...
Molti osservatori si aspettavano una Fed immediatamente più "dovish", cioè favorevole a una politica monetaria più espansiva.
In realtà è accaduto quasi l'opposto.
Alla sua prima riunione, il FOMC guidato da Warsh ha lasciato invariati i tassi e le minute pubblicate questa settimana mostrano che il Comitato continua a considerare l'inflazione il principale rischio. Alcuni membri hanno persino ritenuto opportuno mantenere aperta la possibilità di ulteriori rialzi se le pressioni sui prezzi dovessero riaccendersi.
Perché Warsh non ha fatto ciò che Trump voleva?
Per una ragione fondamentale: la Fed decide sulla base dei dati macroeconomici, non delle preferenze del Presidente.
Warsh è stato nominato da Trump, ma una volta assunto l'incarico è soggetto allo stesso mandato dei suoi predecessori:
Cosa guardare
Le differenze emergono soprattutto nello stile e nella gestione dell'istituzione. Warsh ha già avviato una revisione della Fed attraverso task force esterne per riesaminare temi come comunicazione, strategia sull'inflazione, bilancio della banca centrale e utilizzo dei dati economici.
La vera differenza tra Powell e Warsh
Dal punto di vista della politica monetaria, almeno per ora, la continuità è maggiore delle differenze:
Entrambi approccio fortemente "data dependent"
Anche Warsh insiste sulle evidenze macroeconomiche.
Si nota una differenza tra Powell che aveva la priorità alla lotta all'inflazione nel tentativo di riportarla al 2%.
Warsh inceve parla di priorità alla stabilità dei prezzi lasciando intendere che l'obiettivo è una economia forte come vuole Trump.
La principale differenza è che Powell aveva una comunicazione molto trasparente mentre Warsh vuole rivedere il modo in cui la Fed comunica e riformarne alcuni processi interni.
Il risultato è una situazione che molti definiscono paradossale: Trump ha ottenuto il cambio di guida della Fed, ma non il cambio di politica monetaria che auspicava. È un promemoria del fatto che l'indipendenza della banca centrale non dipende soltanto dalla persona che la presiede, ma anche dal mandato istituzionale e dai dati economici che il FOMC è chiamato a valutare.
Curiosità:
Il simbolo "$" non nasce dal dollaro: la vera storia di uno dei segni più famosi al mondo
Ogni giorno lo vediamo su prezzi, mercati finanziari, film e notizie economiche. Il simbolo "$" è universalmente associato al dollaro americano, tanto da sembrare nato insieme alla valuta degli Stati Uniti. Eppure la sua origine è molto più antica e affonda le radici in un'altra moneta: il peso spagnolo.
Da "PS" a "$"
L'ipotesi più accreditata sull'origine del simbolo "$" riguarda proprio l'abbreviazione del peso spagnolo.
Nei registri commerciali del XVIII secolo era comune indicare il peso con le lettere "PS", abbreviazione di peso. Per velocizzare la scrittura, i contabili iniziarono a sovrapporre la P e la S.
Con il passare del tempo:
- la parte curva della P scomparve;
- il suo tratto verticale rimase;
- la S continuò a essere tracciata sopra quel segno.
Il risultato fu un simbolo molto simile all'attuale "$".
Alcuni documenti storici mostrano questa evoluzione grafica, rendendo questa teoria la più convincente tra quelle proposte dagli studiosi.
Perché il dollaro adottò quel simbolo?
Quando nel 1792 gli Stati Uniti istituirono ufficialmente il dollaro attraverso il Coinage Act, il peso spagnolo era ancora ampiamente utilizzato nel Paese.
Poiché commercianti e banchieri avevano già familiarità con il simbolo "$", continuare a usarlo risultò naturale. Col tempo il segno divenne l'emblema del dollaro statunitense e, successivamente, di molte altre valute denominate "dollaro", come quelle di Canada, Australia, Nuova Zelanda e Singapore.
Le altre teorie
Nel corso degli anni sono nate numerose spiegazioni alternative.
Una delle più note sostiene che il simbolo rappresenti le Colonne d'Ercole, presenti nello stemma della Spagna, avvolte da un nastro a forma di "S". Questo emblema compariva su alcune monete coloniali spagnole e potrebbe aver influenzato la nascita del simbolo.
Altre teorie parlano di una semplice evoluzione calligrafica della lettera "U" sovrapposta alla "S", come abbreviazione di "United States". Tuttavia questa spiegazione è considerata poco plausibile dagli storici, poiché il simbolo "$" compare in documenti precedenti alla nascita degli Stati Uniti.
LA SETTIMANA IN BORSA
La tregua del 17 giugno tra Usa ed Iran è saltata. Il petrolio è balzato del 20% per poi ritornare sotto gli 80 dollari al barile. Guerra e pace si alternano come le salite e discese dei titoli tecnologici e quelli legati ai semiconduttori che stanno facendo impazzire la volatilità che sembra chiedersi cosa fare: guerra o pace? Forse anche Trump è in confusione e vorrebbe essere il nuovo Napoleone.
Specifica Europa
Il vertice Nato ha sancito definitivamente l'obiettivo di aumentare le spese militari, la sola Germania ha preso seriamente la questione potendo aumentare il proprio debito "sotto controllo", mentre altri paesi come l'Italia e la Francia hanno una situazione debitoria per la quale qualsiasi spesa ha bisogno di tagli da altre spese. La Spagna invece ne fa una questione etica, mentre i paesi di frontiera sono ovviamente più propensi per difendersi da una eventuale escalation con la Russia.
Performance settimanali degli indici europei
I principali listini europei hanno chiuso in ribasso, miglior listino è l'Italia:
- DAX (Germania): -2,76%
- CAC 40 (Francia): -1,99%
- FTSE MIB (Italia): -0,39%
- FTSE 100 (Regno Unito): -1,70%
- EURO STOXX 50: -2,24%
- MSCI Europe: -1,11%
- EURO STOXX 600: -1,79%
Specifica Usa
Le attese sono tutte per l'inizio della stagione degli utili che distoglierà le attenzione dai fattori geopolitici che non offrono una visione su cui fare dei piani a una settimana, figuriamoci ad un anno. Le trimestrali dei titoli tecnologici saranno quelle più attese perché è questo il settore trainante del momento, quello che può fare scendere i P/E e far salire con sostenibilità i prezzi.
Performance settimanale degli indici Usa e mondo
I listini americani chiudono in rialzo con l'eccezione delle small cap mentre salgono gli emergenti trainati dalla Cina:
- S&P 500: +1,23%
- Nasdaq: +1,74%
- Russell 2000: -0,61%
- MSCI World: +0,74%
- MSCI Emerging Market: +0,39%
- MSCI China: +4,26%
Dati macro:
ISM non manufatturiero (servizi) è stato reso noto in leggero calo a 54 da 54,5 su aspettative di 54,2. La produzione industriale tedesca in rialzo dello 0,9% dallo 0,1% precedente. L'inflazione in Cina è stabile all'1% mentre salgono i prezzi alla produzione al 4,1% e speriamo che il Dragone non esporti inflazioni nei prossimi mesi, mentre in Germania l'inflazione resta stabile al 2,3% complice il rallentamento economico.
Analisi tecnica e valutazioni:
Gli indici mondiali stanno consolidando sui massimi, manca la forza per salire ma non sembra che ci sia maggiore forza per farli scendere. La stagionalità è fiacca e altre settimane tra debolezza e forza sono in agenda, ma quando un primo semestre chiude bene come è stato per questo, ci sono buone possibilità che l'intero anno sia positivo e questo basta per dare fiducia agli investitori che entrano sui ribassi anche di pochi punti percentuali.
Conclusioni
La sepoltura di Ali Khamenei e la grande partecipazione del popolo Iraniano è una dimostrazione di grande unita nazionale, si può essere più o meno d'accordo con l'intenzione di interrompere la ricerca nucleare, ma forse definirli "feccia, persone malate guidate da persone malate" è un attacco al popolo che ad inizio guerra Trump voleva liberare e che erano scese in piazza con le bandiere americane. Ora è tutti contro tutti. Non penso sarà breve come dichiarato sin dall'inizio, ci abitueremo a questa guerra come lo è stato per quella Ucraina. Non è una bella cosa.
Prospettive per la prossima settimana
Iniziano le trimestrali con le grandi banche e poi a seguire tutti gli altri. Per il secondo trimestre del 2026, gli analisti si aspettano risultati molto positivi. A Wall Street per l'indice S&P 500, gli esperti prevedono una crescita degli utili superiore al 23% rispetto allo scorso anno. In Europa si stima una crescita complessiva degli utili di circa il 10-13%.