Analisi Settimanale Mercati Finanziari - 12 Settembre 2026

Michele Clementi Michele Clementi - 12/09/2026 07:08

Il debito mondiale preoccupa

Secondo l?IMF, il debito pubblico lordo delle economie avanzate è oggi superiore al 100% del Pil e l'OCSE che il debito obbligazionario sovrano dei paesi membri abbia raggiunto circa 61.000 miliardi di dollari nel 2026.

Non si tratta quindi di un problema esclusivamente americano.

In Europa il quadro è altrettanto complesso. Nell'area euro il rapporto debito/PIL era pari all'87,8% alla fine del 2025, ma con differenze enormi tra i vari Paesi: Grecia al 146,1%, Italia al 137,1%, Francia al 115,6%, Belgio al 107,9% e Spagna al 100,7%.

Il Giappone rappresenta poi un caso ancora più estremo, con un debito pubblico superiore pera i 40.000 miliardi di dollarial doppio del PIL al 230%.

Il debito americano su

Il debito pubblico degli Stati Uniti ha recentemente superato la soglia dei 40.000 miliardi di dollari.

Il Treasury decennale americano si trova intorno al 4,8%, mentre il rendimento del trentennale è arrivato recentemente sopra il 5%. Il mercato sta quindi chiedendo una remunerazione più elevata per prestare denaro al governo americano.

Il deficit americano è intorno al 6% del PIL e dovrebbe avvicinarsi allo zero nel lungo periodo per rendere sostenibile la dinamica del debito.

Bessent prova a convincere il mercato

Il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent sta cercando di tranquillizzare gli investitori.

La strategia consiste anche nel modificare la composizione delle emissioni e nel ricorrere al riacquisto di titoli di Stato a lunga scadenza.

Il 9 settembre il Tesoro ha annunciato un'operazione di riacquisto fino a 6 miliardi di dollari di Treasury con scadenza tra 10 e 20 anni, triplicando la dimensione dell'operazione precedente. L'obiettivo è migliorare la liquidità del mercato e cercare di stabilizzare i rendimenti.

6 miliardi di dollari sono una cifra enorme per una normale operazione finanziaria, ma praticamente irrilevante rispetto a un debito pubblico di 40.000 miliardi. È un po' come cercare di abbassare il livello dell'acqua di una piscina togliendo un secchio.

L'operazione può aiutare a gestire la liquidità e la volatilità del mercato, ma non risolve il problema strutturale: il governo americano continua a spendere più di quanto incassa. Il rischio è che il Tesoro stia cercando di intervenire sul mercato obbligazionario senza affrontare alla radice il problema del deficit e della crescita del debito.

E proprio adesso arriva la promessa dei 5.000 dollari

Durante la convention repubblicana di Dallas, Trump ha promesso un "Trump dividend" di 5.000 dollari per ogni adulto americano nel caso in cui i Repubblicani mantengano il controllo di Camera e Senato alle elezioni di metà mandato di novembre.

È importante precisare un dettaglio: non si tratta delle elezioni presidenziali, ma delle elezioni di midterm.

Con circa 240 milioni di adulti negli Stati Uniti, una distribuzione universale da 5.000 dollari avrebbe un costo teorico nell'ordine di 1.200 miliardi di dollari, e alcune stime arrivano a circa 1.350 miliardi.

Conclusione

l vero problema è che praticamente nessuno dei principali Paesi occidentali sembra avere una soluzione politicamente facile per ridurre il proprio debito.Ridurre la spesa significa spesso tagliare pensioni, sanità, welfare, difesa o investimenti pubblici. Aumentare le tasse è impopolare. Far crescere rapidamente l'economia è difficile e lasciare che l'inflazione riduca nel tempo il valore reale del debito è una strada che presenta altri rischi.

Per questo motivo il debito tende semplicemente a essere rifinanziato e spostato nel futuro, finché gli investitori continuano a comprare obbligazioni, il sistema funziona. ma quando iniziano a chiedere rendimenti più elevati, il costo del debito aumenta e la situazione può diventare rapidamente più complicata.

Il rischio dell’inconsapevolezza

Il rendimento del Treasury decennale americano si sta avvicinando al 5%, dopo aver toccato il 4,98% l'11 settembre, il livello più alto dall'ottobre 2023. Il Treasury trentennale è arrivato addirittura oltre il 5,3%, ai massimi dal 2007.

Qui che entra in gioco un concetto fondamentale della finanza: il premio per il rischio azionario, l'Equity Risk Premium.

Perché se un investitore può ottenere quasi il 5% acquistando un titolo del governo americano, dovrebbe investire in azioni che sono evidentemente più rischiose? In questo senso, il denaro scapperà da Wall Street?

Il dividend yield dell'S&P 500 è infatti poco superiore all'1,12%, soltanto circa il 4% delle società dell'indice offre oggi un dividendo superiore al rendimento del Treasury decennale. È una situazione che non si vedeva dal 2007.
Vero che il dividendo non rappresenta gli utili che mediamente nello S&P sono al 3,83%, ma ancora inferiore al 5%.

Naturalmente la risposta è che non si può confrontare semplicemente il 5% del Treasury con l'1% di dividendo dell'azione: l'azione offre anche la possibilità di crescita del capitale e di aumento futuro del dividendo.

Una parte degli utili viene distribuita attraverso i dividendi, ma una parte consistente viene utilizzata per:

  • riacquistare azioni proprie (buyback);
  • finanziare nuovi investimenti;
  • acquisire altre società;
  • ridurre il debito;
  • mantenere liquidità per future opportunità.

L’obbligazione stacca un rendimento e impoverisce l’investimento nominale a scadenza se non reinvesti le cedole, ma questo lo capiscono in pochi!

Per decenni il Treasury americano è stato considerato il punto di riferimento del mercato finanziario mondiale. Non perché il governo americano non possa avere problemi finanziari, ma perché gli Stati Uniti hanno una capacità straordinaria di raccogliere tasse, emettere debito e soprattutto di controllare la valuta nella quale il debito è denominato.

Il rendimento di un'obbligazione incorpora però diverse componenti:

inflazione attesa + tassi reali + premio per la durata + premio per il rischio.

E oggi alcune di queste componenti stanno aumentando contemporaneamente.

L'inflazione rimane un problema, il mercato teme che i tassi possano rimanere elevati più a lungo e, soprattutto, gli investitori devono fare i conti con un'enorme quantità di debito pubblico americano da finanziare e rifinanziare.

Immaginiamo, per semplicità, un Paese con 40.000 miliardi di dollari di debito.

Se il costo medio del debito fosse l'1%, gli interessi sarebbero circa 400 miliardi.

Al 5% diventerebbero 2.000 miliardi.

Naturalmente il calcolo reale è molto diverso perché il debito americano ha scadenze differenti e non viene rifinanziato tutto contemporaneamente, ma il meccanismo è quello.

Più il rendimento richiesto dal mercato sale, più aumenta nel tempo il costo degli interessi per il governo e qui nasce una sorta di circolo vizioso:

più debito → maggiore offerta di Treasury → maggiore rendimento richiesto dagli investitori → maggiore spesa per interessi → maggiore deficit → necessità di nuovo debito.

Un Treasury al 5% perché l'inflazione è sotto controllo e l'economia cresce stabilmente è una cosa.

Un Treasury al 5% perché gli investitori chiedono un rendimento maggiore per compensare inflazione, deficit e rischio fiscale è un'altra cosa.

Nel secondo caso il 5% non rappresenta semplicemente un'opportunità.

È anche un campanello d'allarme.

Il 5% del Treasury non rende automaticamente care le azioni.
Ma rende certamente più costoso, in termini di rendimento richiesto, il rischio di possederle perché i risparmiatori rincorrono il rendimento e non la diversificazione del rischio.

Curiosità:

Che cosa significava “haircut”

Nel marzo 2012 la Grecia propose ai possessori di obbligazioni un'operazione di scambio dei vecchi titoli con nuovi strumenti finanziari. L'operazione riguardava circa 206 miliardi di euro di obbligazioni eleggibili. Alla fine furono scambiati circa 199 miliardi, pari al 96,9% del totale.

Il valore nominale dei vecchi titoli veniva ridotto del 53,5%.

100.000 € di vecchi titoli → circa 46.500 € di valore nominale dei nuovi strumenti.

Ma attenzione: non significa che l'investitore ricevette semplicemente 46.500 euro in contanti.

La struttura era più complessa.

Secondo i termini dell'accordo, una parte del nuovo valore era rappresentata da titoli EFSF a breve termine, mentre il restante 31,5% circa veniva trasformato in nuovi titoli di Stato greci con scadenza trentennale. I nuovi titoli prevedevano inoltre cedole molto più basse rispetto a quelle originarie. In più c'era un meccanismo legato alla crescita del PIL greco che avrebbe potuto riconoscere ulteriori pagamenti. La rinegoziazione ricordava quella dell’Argentina nei primi anni del 2000.

Ma la perdita reale era ancora maggiore del 53,5%

53,5% era il taglio del valore nominale, non necessariamente la perdita economica complessiva.

Perché ricevere oggi un titolo greco da 46.500 euro che paga interessi modesti e che verrà rimborsato molti anni dopo non equivale a ricevere 46.500 euro in contanti oggi.

Considerando il valore attuale dei nuovi strumenti, la riduzione economica del valore dell'investimento fu stimata intorno al 75%. L'ESM, infatti, indica una riduzione del valore attuale netto di circa il 75%.

E chi non voleva accettare?

Qui c'è un altro aspetto molto interessante.

Inizialmente l'operazione venne presentata come volontaria. Ma la Grecia introdusse successivamente le cosiddette Collective Action Clauses (CAC) nei titoli regolati dalla legge greca.

La Grecia fece default?

Nel 2010 gran parte del debito greco era ancora nelle mani di banche e investitori privati europei. Nel frattempo, però, la crisi aveva dato tempo al sistema finanziario di prepararsi. La ristrutturazione del 2012 fu accompagnata da un enorme programma di assistenza europea e dalla ricapitalizzazione delle banche.

Il risultato fu che l'haircut, pur essendo gigantesco, non provocò il collasso del sistema finanziario europeo che molti temevano. L'ESM definisce l'operazione del 2012 come il più grande write-down di debito sovrano realizzato fino a quel momento.

LA SETTIMANA IN BORSA

La settimana doveva iniziare in maniera interlocutoria in attesa dei dati sull'inflazione Usa che rappresentavano insieme alla riunione della Bce i market movers salienti, ma così non è stato. Il petrolio ha preso la scena salendo fino ai 100 dollari al barile. L'Iran ha dichiarato mercoledì di aver attaccato 10 navi vicino allo Stretto di Hormuz dopo che gli Stati Uniti hanno affondato cinque petroliere iraniane, nella più grande ondata dichiarata di attacchi reciproci contro il naviglio marittimo da entrambe le parti dall'inizio della guerra, che dura ormai da sei mesi.

Specifica Europa

La Bce ha alzato i tassi al 2,5%, in una decisione che era scontata, e che i governatori hanno preso all'unanimità, ma è sul 'dopo' che gli investitori puntano le loro scommesse: dopo una conferenza stampa della Signora Lagarde fortemente incentrata sui rischi d'inflazione per la guerra d'Hormuz, e con un quadro di crescita dell'area euro che appare "resiliente" al caos geopolitico, ora il mercato sconta tre ulteriori rialzi dei tassi entro ottobre 2027.

Performance settimanali degli indici europei

I principali listini europei hanno chiuso in ribasso, in controtendenza l'Italia:

  • DAX (Germania):  -1,83%
  • CAC 40 (Francia):  -1,20%
  • FTSE MIB (Italia):  +0,79%
  • FTSE 100 (Regno Unito):  -1,67%
  • EURO STOXX 50:  -1,08%
  • MSCI Europe: -1,69 %
  • EURO STOXX 600: -1,66%

Specifica Usa

Se petrolio e guerra, vecchie chimere, hanno spinto l'inflazione al rialzo, le aziende legate all'AI continuano a lavorare nell'introduzione di novità che stravolgeranno le nostre abitudini: Meta sta lanciando Muse, un agente basato sull'intelligenza artificiale in grado di svolgere autonomamente attività come inviare email, effettuare pagamenti o prenotare viaggi. 

Performance settimanale degli indici Usa e mondo

Anche i listini americani chiudono in ribasso, la Cina fanalino di coda:

  • S&P 500:  -0,80%
  • Nasdaq:  -0,66%
  • Russell 2000: -2,41%
  • MSCI World:  -0,99%
  • MSCI Emerging Market: -0,28%
  • MSCI China: -3,02%

Dati macro: 

L'indice dei prezzi alla produzione è aumentato del 5,4% su base annua ad agosto, rispetto alle stime di un aumento del 5,3%.

Su base mensile, è aumentato dello 0,4%, rispetto a un aumento stimato dello 0,4%.

L'inflazione ai consumatori negli Stati Uniti, ad agosto, resta stabile. I prezzi al consumo ad agosto si sono attestati al 3,4%, in linea con le attese e stabile rispetto a luglio.

Su base mensile l'aumento è stato dello 0,4%, come le previsioni del mercato. L'indice core, al netto di energia e alimentari, è si è attestato al 2,4%.

Analisi tecnica e valutazioni: 

Se si guardano gli indici seguendo letteralmente quanto insegna l'analisi tecnica e quindi, estraniandosi dalle notizie, allora si noterà che siamo praticamente ancora vicini ai massimi, distanti non più del 5% sia in America sia in Europa e che ci stiamo muovendo in una fase laterale da inizio estate. Definizione classica: congestione dalla quale si uscirà prima o poi al ribasso o al rialzo. Guardando le analisi dei sondaggi fatte agli investitori si nota una certa partecipazione al ribasso, per cui, come spesso accade, gli indici sorprenderanno al contrario, forse.

Conclusioni

Lo Stretto di Hormuz è ancora di fatto chiuso e ora anche lo stretto di Bab al-Mandab, all'estremità meridionale del Mar Rosso, rischia di cadere sotto il controllo degli Houthi, che hanno conquistato la città portuale di Mokha.

Ciò costringerebbe un maggior numero di spedizioni a deviare le rotte attraverso il Canale di Suez e intorno all'Africa, creando ulteriori problemi logistici e allungando di settimane i viaggi verso l'Asia. Immaginate cosa potrebbe significare questo per i prezzi del petrolio.

Prospettive per la prossima settimana

Le attese sono tutte per la riunione della FED del prossimo mercoledì 16 settembre con le aspettative salite dopo i dati sull'inflazione all'85% e sarebbe una bella sorpresa se invece decidessero di aspettare ancora.
Settembre sappiamo essere un mese avaro, mentre ottobre, novembre e dicembre sono in genere il trimestre migliore dell'anno.

 

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