Una settimana da Trump
Ci sono settimane in cui Donald Trump riesce a occupare contemporaneamente quasi tutte le prime pagine. Quella appena trascorsa è una di queste. Quattro vicende apparentemente molto diverse, ma che raccontano bene la politica del secondo mandato Trump: sovranità, forza militare, controllo dell'informazione ed energia.
Groenlandia: dalla minaccia all'accordo
Dopo mesi di tensioni con la Danimarca e di dichiarazioni sulla possibilità che gli Stati Uniti acquisissero l'isola, il 22 settembre è arrivato un accordo tra Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia sulla sicurezza dell'Artico.
L'accordo non cambia la sovranità sulla Groenlandia, che rimane danese, ma apre la strada a un rafforzamento della presenza militare americana sull'isola, compreso l'ammodernamento della base spaziale di Pituffik e la possibilità di nuove aree militari.
Trump non ha ottenuto la Groenlandia. Ha però ottenuto un rafforzamento della presenza americana nella Groenlandia.
Il discorso all'ONU: "America first" in versione internazionale
Il secondo appuntamento è stato il discorso pronunciato da Trump il 22 settembre davanti all'Assemblea generale delle Nazioni Unite.
Il presidente ha utilizzato il palco dell'ONU per rivendicare la propria politica estera. Uno dei bersagli principali è stato l'Iran. Trump ha ribadito che gli Stati Uniti non permetteranno a Teheran di sviluppare un'arma nucleare e ha difeso l'uso della forza militare americana. Ha inoltre attaccato il concetto di "globalismo", affermando che gli Stati Uniti non accetteranno forme di governo o tassazione sovranazionale. Il messaggio è quello di un'America che considera la propria sovranità e i propri interessi nazionali come il punto di partenza delle relazioni internazionali e anche in questo caso la parola chiave è "forza".
Il fronte interno: Trump contro i giornalisti
Mentre a New York Trump parlava ai leader mondiali, a Washington si apriva un altro fronte: quello con la stampa.
La Casa Bianca ha revocato l'accesso ai giornalisti di CNN, MS NOW e Politico, dopo che Trump aveva accusato queste testate di diffondere notizie false e di avere una copertura ostile nei confronti della sua amministrazione.
Le tre organizzazioni hanno reagito portando la questione davanti a un tribunale federale, sostenendo che il provvedimento costituisse una ritorsione per il contenuto dei loro articoli e violasse le garanzie costituzionali sulla libertà di stampa.
La vicenda ha avuto un nuovo sviluppo il 24 settembre.
Un giudice federale ha ordinato temporaneamente all'amministrazione di ripristinare immediatamente gli accrediti dei giornalisti delle tre testate e di consentirne nuovamente l'accesso alla Casa Bianca. La decisione è provvisoria e la controversia giudiziaria non è quindi conclusa.
E poi arriva il diesel
L'ultimo capitolo della settimana riguarda invece l'economia e, in particolare, l'energia.
Il 22 settembre Trump ha dichiarato di sostenere l'idea di vietare le esportazioni americane di diesel, proprio mentre il prezzo del carburante raggiunge livelli record negli Stati Uniti.
L'obiettivo sarebbe aumentare la disponibilità di diesel sul mercato americano e cercare di ridurre la pressione sui prezzi. Il problema è che il mercato del diesel è globale.
Ma la misura potrebbe avere anche effetti indesiderati.
Le associazioni dell'industria petrolifera americana hanno avvertito che un blocco delle esportazioni potrebbe ridurre la produzione delle raffinerie e, paradossalmente, provocare aumenti anche di altri carburanti. Inoltre, meno diesel americano disponibile sui mercati internazionali significherebbe una minore offerta proprio mentre il mercato mondiale è già sotto pressione.
Ancora una volta emerge una delle caratteristiche della politica economica di Trump: prima viene il mercato americano, poi il resto del mondo.
Trump e Xi: dalla guerra commerciale alla tregua
Il nuovo incontro tra Donald Trump e Xi Jinping alla Casa Bianca rappresenta il secondo importante confronto tra i due leader dopo quello di maggio in Cina. E il confronto tra i due appuntamenti racconta bene l'evoluzione dei rapporti tra le due principali potenze economiche mondiali.
Al termine di quella visita, Washington e Pechino avevano annunciato la costruzione di una relazione definita “constructive strategic stability”, cioè una stabilità strategica nella quale i due Paesi avrebbero cercato di gestire la competizione evitando che le rispettive controversie degenerassero.
A maggio sembrava possibile una svolta. Washington e Pechino avevano annunciato una serie di accordi su commercio, acquisti agricoli, terre rare e tecnologia. La Cina si era inoltre impegnata ad aumentare gli acquisti di prodotti americani e a favorire alcuni investimenti.
La Cina si era impegnata, tra le altre cose, a:
- aumentare gli acquisti di prodotti agricoli americani;
- facilitare l'accesso al mercato per alcuni prodotti statunitensi;
- affrontare le restrizioni sulle terre rare e altri minerali strategici;
- acquistare inizialmente 200 aerei Boeing;
- collaborare alla creazione di un Board of Trade e di un Board of Investment bilaterali.
Quattro mesi dopo, però, molti di quegli impegni sono rimasti solo parzialmente attuati. Gli acquisti agricoli cinesi sono inferiori agli obiettivi annunciati e anche l'atteso ordine di 200 aerei Boeing non si è ancora concretizzato.
Il vertice di settembre ha quindi avuto un obiettivo più pragmatico: mantenere la tregua commerciale ed evitare una nuova escalation.
La partita delle terre rare
Uno dei punti più delicati rimane quello delle terre rare. La Cina domina gran parte della filiera mondiale e queste materie prime sono indispensabili per numerosi settori strategici, dall'auto elettrica all'elettronica fino alla difesa e all'intelligenza artificiale.
La Cina controlla una quota molto elevata della filiera mondiale: secondo dati riportati da Reuters, circa il 70% dell'estrazione, l'85% della capacità di raffinazione e circa il 90% della produzione di metalli e magneti derivati dalle terre rare.
La questione è semplice: gli Stati Uniti possono imporre dazi e limitare l'accesso cinese alla tecnologia americana, ma la Cina possiede una leva importante sulle materie prime necessarie proprio a quella tecnologia.
E per i mercati?
La novità più importante per gli investitori è quindi la riduzione del rischio di una nuova escalation immediata.
Una guerra commerciale più intensa avrebbe conseguenze su catene di approvvigionamento, inflazione, investimenti e margini delle multinazionali. Una tregua più lunga, al contrario, consente alle imprese di programmare con maggiore certezza.
Ma non bisogna confondere una tregua con una soluzione.
Dazi, tecnologia, intelligenza artificiale, terre rare e soprattutto Taiwan continuano a rappresentare elementi di forte competizione strategica.
Dopo gli accordi di maggio e il nuovo incontro di settembre, il rapporto tra Stati Uniti e Cina sembra quindi essere passato dalla “guerra commerciale” alla “competizione gestita”.
Per i mercati, almeno nel breve periodo, è una differenza importante. Ma le cause profonde dello scontro tra Washington e Pechino sono ancora tutte sul tavolo.
Taiwan
Durante l'incontro di Washington Xi ha nuovamente chiesto agli Stati Uniti di opporsi all'indipendenza di Taiwan. La questione rimane uno dei principali punti di frizione strategica tra Washington e Pechino.
È significativo che proprio su questo tema i risultati siano molto meno concreti rispetto agli annunci economici.
Questo dimostra che la distensione commerciale non equivale a una distensione geopolitica.
Curiosità:
Trump come Nixon?
C'è un curioso filo rosso che collega la settimana di Donald Trump a una delle presidenze più controverse della storia americana: quella di Richard Nixon.
A più di cinquant'anni di distanza, i due presidenti si ritrovano infatti alle prese con due problemi apparentemente molto diversi, ma nei quali emergono alcune sorprendenti analogie: il rapporto conflittuale con la stampa e l'intervento del governo nel mercato dell'energia.
Durante la presidenza Nixon, sia prima che dopo l'inizio dello scandalo Watergate, la Casa Bianca cercò di penalizzare i giornalisti e le testate considerate ostili. Nel 1969 Nixon ordinò ai suoi collaboratori di non parlare con giornalisti di The New York Times, Washington Post e St. Louis Post-Dispatch. In seguito arrivò persino a intervenire sulla lista dei giornalisti ammessi a seguirlo nel viaggio storico in Cina del 1972, escludendo almeno un reporter per i suoi precedenti articoli critici nei suoi confronti.
Successivamente con il caso Sherrill v. Knight, deciso nel 1977, un tribunale stabilì che il governo non può negare arbitrariamente a un giornalista l'accesso alla Casa Bianca e che non può utilizzare criteri basati sul contenuto delle sue opinioni o dei suoi articoli per decidere chi ammettere. Proprio la sentenza che per la seconda volta come nel 2018 per mano dello stesso giudice
E proprio il 24 settembre Timothy J. Kelly, giudice federale della U.S. District Court for the District of Columbia, nominato da Trump nel 2017 ha ordinato alla Casa Bianca di ripristinare temporaneamente l'accesso delle tre testate come fece nel 2018, sempre lui, quando ordinò alla Casa Bianca di ripristinare l'accredito di Jim Acosta. Per questa decisione è stato scelto a sorte come nella precedente.
La seconda analogia è ancora più curiosa.
Nel 1973 Nixon dovette affrontare una delle peggiori crisi energetiche della storia americana.
L'embargo petrolifero imposto dai Paesi arabi produttori di petrolio provocò una forte riduzione dell'offerta e un'impennata dei prezzi. La risposta dell'amministrazione fu un massiccio intervento pubblico: controlli sui prezzi, programmi di conservazione dell'energia e soprattutto Project Independence, con l'obiettivo di ridurre la dipendenza americana dalle importazioni di petrolio.
Nixon cercava quindi di proteggere l'economia americana intervenendo direttamente sul problema energetico.
Oggi Trump si trova davanti a una situazione completamente diversa.
Gli Stati Uniti non sono più il Paese dipendente dal petrolio straniero degli anni Settanta. Sono diventati uno dei maggiori produttori mondiali di petrolio e gas e dispongono di un enorme sistema di raffinazione.
Eppure, di fronte all'impennata dei prezzi del diesel, Trump sta valutando una misura che ricorda, almeno nella logica, l'interventismo energetico di Nixon: limitare le esportazioni americane di diesel per aumentare l'offerta disponibile sul mercato interno.
LA SETTIMANA IN BORSA
Non mi piace scrivere di Trump scrivendo di finanza, ma avrei potuto scrivere un articolo relativo al "Stop Insider Trading Act (H.R. 7008)" approvato dalla Camera che prevede restrizioni agli acquisti e alle vendite di azioni da parte di membri del Congresso e i loro familiari, con alcune regole anche sulle posizioni già detenute, ma purtroppo il provvedimento non riguarda il Presidente degli Stati Uniti, il quale ha effettuato quasi 28.700 operazioni nei primi 17 mesi del secondo mandato, più di tutte quelle dichiarate complessivamente da tutti i membri del Congresso. Magari la prossima settimana apprfondiamo.
Specifica Europa
L'Area Euro non è l'America lo sappiamo, ma cresciamo. I dati confermano che nonostante l'inflazione non c'è deflazione, i dati PMI di questa settimana mostrano un certo entusiasmo da parte dei Manager con la Germania a 53,8 e la Francia in espansione dopo dieci mesi. Purtroppo questa crescita in connubio ai rincari energetici potrebbero dare spazio ad ulteriori rialzi dei tassi di interesse da parte della BCE perché l'inflazione non scende.
Performance settimanali degli indici europei
I principali listini europei hanno chiuso in rialzo, pesano gli stacchi dei dividendi in Italia:
- DAX (Germania): +0,41%
- CAC 40 (Francia): +0,16%
- FTSE MIB (Italia): +0,62%
- FTSE 100 (Regno Unito): +0,34%
- EURO STOXX 50: +1,05%
- MSCI Europe: +0,26%
- EURO STOXX 600: +0,50%
Specifica Usa
L'intelligenza artificiale avanza con Muse, le dee delle arti e dell'ispirazione, nuovo agent di Meta, in vetta alle classifiche dei download dell'App Store di Apple mentre Amazon l'ha vietato bloccando l'accesso dell'agent al proprio sito di e-commerce. I titoli tecnologici tornano ad essere interessanti in termini di valutazioni, ma nessuno ne parla come quando al contrario sembravano essere sopravvalutati. Il Nasdaq in settimana ha fatto nuovi massimi storici. Male le small cap in linea con le aspettative di nuovi rincari del prezzo del denaro che pesa significativamente sulle piccole aziende più indebitate.
Performance settimanale degli indici Usa e mondo
Anche i listini americani chiudono in ribasso mentre salgono gli emergenti:
- S&P 500: +1,21%
- Nasdaq: +2,06%
- Russell 2000: -0,80%
- MSCI World: +0,90%
- MSCI Emerging Market: +1,26%
- MSCI China: -0,66%
Dati macro:
La quarta settimana del mese è sempre priva di grandi dati macro. L'indice dei direttori degli acquisti del settore manufatturiero in America è salito a 58,7 da 56,5 e l'indice IFo che misura lo stato di salute delle aziende area Euro è salito a 89,9 da 88,8 del mese precedente
Analisi tecnica e valutazioni:
Continua la fase laterale iniziata a Maggio, ma con grandi differenze in termini di valutazioni. La tecnologia nonostante il rialzo del costo del denaro ha tentato un primo break verso l'alto. In Europa pesano gli stacchi dei dividendi che non sono considerati nei prezzi per cui l'indice sembra più attardato rispetto alla reale situazione. Nel complesso ci stiamo dirigendo sornioni verso i mesi più proficui dell'anno ed una statistica favorevole in termini di anno presidenziale con le elezioni di mid term.
Conclusioni
Siamo prossimi alle elezioni di mid term ed è normale che Trump cerchi di prendere la scena, ma forse così è un pò troppo per altre 8 settimane. In ogni caso, siamo sempre lì: il petrolio stabile intorno ai 100 dollari, i mercati finanziari vicini ai massimi storici, i rendimenti obbligazionari ai massimi dal 2007 sia in America al 5,2% sia in Europa e Giappone anche se a livelli inferiori. Settembre volge al termine e non è stato così nefasto come ci si aspettava, potrebbe addirittura chiudere positivo. Fatica vedere il bicchiere mezzo vuoto.
Prospettive per la prossima settimana
La prossima settimana sarà cruciale per poter valutare o cercare di prevedere le future mosse della Fed. Saranno resi noti i dati relativi al Pil, al PCE che è il dato maggiormente seguito per monitorare l'inflazione e infine venerdì i dati sulla disoccupazione, per cui se si avrà un'economia resiliente, una inflazione in rialzo e una occupazione stabile allora possiamo prevedere un secondo rialzo dei tassi di interesse. Bad news good news in economia, mentre si spera che i trattati tra Usa e Iran portino good news.