La febbre dell’oro, che richiama inevitabilmente il titolo del celebre film di Charlie Chaplin, La febbre dell’oro, con quel desiderio di riscatto e rivalsa sociale che ne attraversa la storia, sembra oggi raccontare uno scenario ben diverso da quello che commentavo fino agli inizi di gennaio di quest’anno.
Dopo aver analizzato e condiviso, in diverse occasioni, numerose operazioni di acquisto sui ribassi del Gold, nella prospettiva di assistere a una prosecuzione del movimento rialzista, mi ritrovo a pormi una domanda: il rally dell’oro, almeno in un’ottica di medio-lungo periodo, è davvero finito?
Siamo proprio certi che la grande corsa del metallo prezioso sia arrivata al capolinea?
Boh, io non ho certezze.
E credo che, soprattutto in questa fase, sia fondamentale continuare a osservare i dati senza lasciarsi condizionare né dall’entusiasmo che ha accompagnato i precedenti rialzi né dalla pressione delle vendite più recenti.
Nelle ultime sedute, infatti, l’oro ha attraversato una fase particolarmente difficile. Nella giornata di venerdì 23 ottobre le quotazioni spot sono scese fino a circa 3.975 dollari l’oncia, tornando sotto la soglia psicologica dei 4.000 dollari per la prima volta da luglio. Martedì 27 ottobre, il prezzo spot si è attestato intorno a 4.005 dollari, mentre i futures statunitensi con scadenza a dicembre hanno viaggiato in area 4.017 dollari.
Un movimento che impone prudenza, ma che non basta, da solo, a decretare la fine di un trend rialzista di lungo periodo.
Da mesi, nelle dirette e negli approfondimenti, ho condiviso le mie valutazioni sul Gold, analizzando dati, numeri, report e una molteplicità di fattori che hanno contribuito a delineare lo scenario di mercato.
Oggi, però, dobbiamo fare i conti con una combinazione di elementi che sta rendendo più complicata la vita al metallo prezioso: dollaro forte, rendimenti obbligazionari elevati, timori d’inflazione e aspettative di una politica monetaria meno accomodante.
Ecco perché, prima di trarre conclusioni, ritengo necessario capire cosa stia realmente accadendo.
Inflazione, petrolio e dollaro: perché l’oro è sotto pressione
Uno dei principali elementi di pressione è rappresentato dall’aumento dei prezzi energetici, che alimenta i timori di una nuova accelerazione dell’inflazione.
È proprio qui che emerge una delle apparenti contraddizioni dei mercati finanziari: le tensioni geopolitiche possono favorire gli acquisti di oro come strumento di protezione dall’incertezza, ma un petrolio più caro può contemporaneamente alimentare le pressioni inflazionistiche e spingere le banche centrali a mantenere i tassi d’interesse elevati più a lungo.
E questo, per l’oro, può rappresentare un problema.
Il metallo prezioso, infatti, non genera interessi né cedole. Quando i rendimenti obbligazionari aumentano, detenere oro può diventare relativamente meno conveniente rispetto ad altre attività finanziarie.
A questo si aggiunge il rafforzamento del dollaro statunitense, che rende l’oro più costoso per gli investitori che utilizzano altre valute e può quindi frenare la domanda internazionale.
Le ultime sedute hanno mostrato proprio questa dinamica: secondo Reuters, martedì 27 ottobre il dollaro si è mantenuto vicino ai massimi delle ultime due settimane, contribuendo alla debolezza delle quotazioni del Gold. Anche il timore che la Federal Reserve possa mantenere una linea restrittiva più a lungo del previsto continua a pesare sulle aspettative degli operatori.
Naturalmente, queste relazioni non sono automatiche. In determinate fasi, il rischio geopolitico può prevalere sulle dinamiche dei tassi e del dollaro, sostenendo gli acquisti di oro anche in presenza di rendimenti elevati.
Non dobbiamo inoltre trascurare le vendite generalizzate sui mercati finanziari e le esigenze di liquidità di alcuni investitori.
Quando gli operatori devono reperire liquidità, possono essere costretti a vendere anche attività considerate beni rifugio, indipendentemente dalle loro prospettive di lungo periodo.
È un aspetto fondamentale: un ribasso dell’oro non significa necessariamente che siano venute meno tutte le ragioni strutturali che ne avevano sostenuto il rialzo.
Ma significa certamente che, nel breve periodo, il mercato sta rivalutando il rapporto tra rischio, rendimento e costo opportunità di detenere il metallo prezioso.
Fed e PCE: due appuntamenti che possono cambiare lo scenario
Questa settimana sarà particolarmente importante per comprendere le prossime mosse dei mercati finanziari.
La Federal Reserve è riunita il 27 e 28 ottobre e comunicherà le proprie decisioni mercoledì 28. Il giorno successivo, giovedì 29 ottobre, è invece attesa la pubblicazione dei dati statunitensi relativi a redditi, consumi e inflazione PCE di settembre.
Due appuntamenti che potrebbero influenzare sensibilmente le aspettative degli investitori e, di conseguenza, le quotazioni dell’oro.
Partiamo dalla Fed. Secondo le indicazioni di mercato riportate da Reuters il 27 ottobre, gli operatori si aspettano prevalentemente che i tassi restino invariati nella riunione di questa settimana, mentre rimangono aperte le valutazioni sulle possibili mosse successive. Le aspettative relative a dicembre saranno quindi particolarmente importanti.
Ma attenzione: non conta soltanto la decisione sui tassi. Sarà fondamentale valutare anche il linguaggio utilizzato dalla banca centrale e le indicazioni sulla futura evoluzione della politica monetaria.
Un messaggio più restrittivo del previsto potrebbe sostenere il dollaro e i rendimenti obbligazionari, penalizzando il Gold. Al contrario, indicazioni più accomodanti potrebbero favorire un recupero delle quotazioni, se accompagnate da un movimento coerente dei rendimenti e della valuta statunitense.
Poi c’è il PCE, uno degli indicatori d’inflazione più importanti per la Federal Reserve.
Questo indice misura l’evoluzione dei prezzi dei beni e dei servizi acquistati dalle famiglie americane. La sua componente core, che esclude alimentari ed energia, permette inoltre di valutare l’andamento dell’inflazione depurandolo dalle componenti più volatili.
L’ultimo dato disponibile al momento della stesura riguarda agosto: l’indice PCE è aumentato dello 0,3% su base mensile e del 3,4% su base annua. La componente core è cresciuta rispettivamente dello 0,2% e del 3,0%. I dati relativi a settembre saranno pubblicati il 29 ottobre.
Ecco perché sarà importante osservare non soltanto se l’inflazione aumenterà o diminuirà, ma soprattutto il confronto con le aspettative degli analisti.
Un dato superiore alle attese potrebbe rafforzare l’ipotesi di tassi elevati più a lungo, mentre una rilevazione inferiore potrebbe favorire aspettative più accomodanti. La reazione dell’oro, tuttavia, dipenderà anche dal modo in cui dollaro e rendimenti obbligazionari risponderanno alla pubblicazione.
Fiducia dei consumatori: un altro indicatore da seguire
Nella giornata di martedì 27 ottobre è prevista anche la pubblicazione dell’indice statunitense sulla fiducia dei consumatori del Conference Board.
Le attese riportate dal calendario economico indicano un valore di 80,5 punti, rispetto agli 81,9 punti della rilevazione precedente di settembre. Si tratta di previsioni, non ancora del dato effettivo al momento della stesura.
L’indicatore misura il grado di fiducia delle famiglie nell'economia ed è utile per valutare le prospettive dei consumi, una componente fondamentale dell’attività economica statunitense.
In linea generale, un dato superiore alle attese può sostenere il dollaro, mentre una rilevazione inferiore alle previsioni può esercitare pressioni sulla valuta americana. Anche qui, però, il contesto è determinante: una maggiore fiducia dei consumatori può essere interpretata positivamente per la crescita, ma potrebbe anche alimentare timori di pressioni inflazionistiche persistenti.
Per questo motivo, conoscere il calendario economico e saper interpretare i dati in relazione alle aspettative del mercato è essenziale.
Non basta leggere il numero pubblicato: bisogna capire che cosa cambia, rispetto a quanto gli investitori avevano già previsto.
Analisi tecnica: i 4.000 dollari sono lo spartiacque?
Riferimenti aggiornati al 27 ottobre 2026. I livelli indicati sono aree di osservazione, non segnali operativi.
Dal punto di vista tecnico, il quadro resta delicato.
L’oro ha perso circa il 4% nella settimana precedente e il 23 ottobre è sceso fino a 3.975 dollari l’oncia, prima di recuperare parzialmente terreno. Nella seduta del 27 ottobre, il prezzo spot si è riportato in prossimità dei 4.000 dollari, senza però mostrare ancora una chiara inversione della tendenza ribassista di breve periodo.
La soglia psicologica dei 4.000 dollari rimane quindi un riferimento centrale, ma non deve essere interpretata come un supporto invalicabile.
I supporti da monitorare
Il primo elemento da osservare è la capacità delle quotazioni di mantenersi stabilmente sopra l’area dei 3.975-4.000 dollari.
In caso di nuove vendite, l’area dei 3.900 dollari rappresenterebbe un riferimento importante. Reuters ha segnalato che un cedimento di questo livello potrebbe aprire spazio a un’ulteriore discesa verso i 3.800 dollari. Si tratta di uno scenario possibile, non di una previsione certa.
La conferma di una rottura ribassista richiederebbe comunque un'analisi delle chiusure giornaliere, dei volumi e della successiva reazione dei prezzi.
Le resistenze da recuperare
Sul fronte opposto, il primo obiettivo per un eventuale recupero è rappresentato dall’area dei 4.040-4.050 dollari, che un’analisi tecnica pubblicata il 26 ottobre individuava in prossimità della media mobile oraria a 50 periodi.
Più in alto, la zona dei 4.120 dollari rappresentava un riferimento legato alla media mobile oraria a 200 periodi. Questi livelli, però, sono riferiti a un grafico intraday e non devono essere confusi con le medie mobili giornaliere o settimanali.
Per parlare di una vera inversione sarebbe opportuno osservare la formazione di minimi crescenti, il recupero delle resistenze e successive chiusure convincenti al di sopra di tali livelli.
Un semplice rimbalzo tecnico, infatti, non è sufficiente a confermare la ripartenza di un trend rialzista.
Volumi e open interest: che cosa ci raccontano?
Un altro aspetto da non trascurare è quello dei volumi.
Il volume indica quanti contratti futures sono stati scambiati durante una determinata sessione. Non coincide con il controvalore in dollari delle posizioni e non deve essere confuso con l’open interest.
Quest’ultimo rappresenta il numero di contratti ancora aperti, cioè non ancora chiusi o regolati.
Se il prezzo scende mentre i volumi aumentano, il movimento ribassista può essere accompagnato da una maggiore partecipazione degli operatori. Tuttavia, questo dato da solo non permette di stabilire se le vendite siano destinate a proseguire.
Anche l’open interest deve essere interpretato con cautela: un suo aumento indica che cresce il numero dei contratti aperti, ma non dimostra automaticamente che stiano aumentando le posizioni ribassiste. Per comprendere la direzione delle posizioni bisogna analizzare anche altri dati, come il posizionamento degli operatori.
In questa fase, quindi, continuerei a monitorare con attenzione la combinazione tra prezzi, volumi e posizionamento sui futures, cercando conferme anziché anticipare un’inversione.
Banche centrali ed ETF: la domanda strutturale è ancora presente
Finora abbiamo analizzato i fattori che stanno penalizzando l’oro. Ma sarebbe un errore trascurare quegli elementi che, negli ultimi anni, hanno contribuito in modo significativo alla costruzione del grande rally del Gold.
Mi riferisco agli acquisti delle banche centrali e ai flussi d’investimento diretti verso gli ETF garantiti da oro fisico.
Partiamo dalle banche centrali.
Secondo il World Gold Council, gli acquisti netti ufficiali hanno superato le 1.000 tonnellate annue per tre anni consecutivi, dal 2022 al 2024. Nel 2025 si sono attestati a circa 863 tonnellate: un livello inferiore a quello dei tre anni precedenti, ma ancora nettamente superiore alla media annua di circa 473 tonnellate registrata nel periodo 2010-2021.
Questi numeri aiutano a comprendere la portata del cambiamento che ha interessato il mercato dell’oro.
Le banche centrali acquistano metallo prezioso per diversificare le riserve, ridurre la dipendenza dalle valute tradizionali e gestire i rischi geopolitici e finanziari. Si tratta di obiettivi strategici che possono avere un orizzonte temporale molto diverso da quello degli investitori di breve periodo.
Tra i compratori più rilevanti figurano la Polonia, che nel 2025 ha aggiunto 102 tonnellate alle proprie riserve, il Kazakistan, che ne ha acquistate 57, e la Cina, che ha incrementato le proprie riserve ufficiali di 27 tonnellate nel corso dello stesso anno, secondo i dati riportati dal World Gold Council. Anche la Repubblica Ceca ha continuato ad accumulare oro.
Questo non significa che tutti i Paesi acquistino sempre e comunque. Nel 2025, per esempio, il World Gold Council ha registrato anche riduzioni delle riserve da parte di alcuni istituti, tra cui la banca centrale russa.
Le decisioni di acquisto e vendita vanno quindi analizzate caso per caso, distinguendo le operazioni tattiche dalle strategie di lungo periodo.
Il dato fondamentale, tuttavia, è che la domanda ufficiale rimane storicamente elevata.
ETF sull’oro: i dati di settembre sono particolarmente significativi
Un altro tassello importante è rappresentato dagli ETF garantiti da oro fisico.
Secondo il rapporto del World Gold Council pubblicato il 7 ottobre 2026, a settembre gli ETF globali garantiti da oro fisico hanno registrato afflussi netti per 10 miliardi di dollari.
Nel terzo trimestre, gli afflussi complessivi hanno raggiunto il record di 31 miliardi di dollari. Nello stesso periodo, le disponibilità globali di oro detenute da questi strumenti sono aumentate di 67 tonnellate, raggiungendo il massimo storico di 4.256 tonnellate a fine settembre.
È un dato che merita particolare attenzione.
Nel mese di settembre, infatti, il prezzo dell’oro è sceso dell’8,5%, chiudendo intorno a 4.176 dollari l’oncia. Nello stesso mese, gli ETF hanno registrato afflussi per 10 miliardi di dollari, equivalenti a circa 67 tonnellate di oro. Il World Gold Council ha inoltre individuato nel rafforzamento del dollaro e nell’aumento dei rendimenti dei Treasury due dei principali fattori che hanno contribuito alla flessione delle quotazioni.
In altre parole, mentre il prezzo scendeva, una parte consistente degli investitori continuava ad aumentare la propria esposizione al metallo attraverso gli ETF.
Questo non significa che tutti gli operatori fossero rialzisti, né che il prezzo dovesse necessariamente recuperare nel breve periodo. Significa, però, che la correzione non è stata accompagnata da una fuga generalizzata dagli strumenti finanziari legati all’oro.
È importante distinguere anche i diversi segmenti del mercato: gli acquisti attraverso ETF possono coesistere con la riduzione delle posizioni sui futures, così come è avvenuto a settembre, quando il World Gold Council ha rilevato un forte calo delle posizioni nette degli operatori finanziari sul COMEX.
Questa divergenza aiuta a comprendere perché il prezzo possa scendere anche in presenza di flussi d’investimento positivi.
Perché banche centrali ed ETF non garantiscono il rialzo
A mio avviso, è fondamentale distinguere la natura di queste due componenti della domanda.
Le banche centrali rappresentano un sostegno potenzialmente più strutturale. Acquistano oro per diversificare le riserve e tutelarsi dai rischi geopolitici, finanziari e valutari. La loro domanda può contribuire ad assorbire una parte dell’offerta disponibile anche durante le correzioni.
Gli ETF, invece, riflettono maggiormente le scelte degli investitori finanziari e possono registrare flussi in entrata o in uscita anche in tempi relativamente brevi.
Quando gli investitori acquistano quote di ETF fisicamente garantiti, i fondi possono aumentare le proprie disponibilità di oro, generando domanda aggiuntiva sul mercato. Se gli investitori vendono le quote e i fondi riducono le proprie disponibilità, i flussi possono invece contribuire ad aumentare la pressione ribassista.
Per questo motivo, il monitoraggio congiunto degli acquisti delle banche centrali e dei flussi degli ETF può aiutarci a comprendere meglio la qualità della domanda che sostiene il Gold.
Ma attenzione: una domanda strutturalmente solida non impedisce al prezzo di scendere, così come un afflusso record negli ETF non garantisce un immediato recupero delle quotazioni.
Oro: correzione temporanea o fine del grande rally?
Torniamo quindi alla domanda iniziale: il rally dell’oro è davvero finito?
La risposta, almeno per quanto mi riguarda, è che non ci sono elementi sufficienti per trasformare questa fase di debolezza in una certezza sulla fine del trend rialzista di medio-lungo periodo.
Nel breve termine, il quadro rimane fragile. Il prezzo è tornato sotto la soglia psicologica dei 4.000 dollari, il dollaro si è rafforzato e i timori d’inflazione hanno contribuito a sostenere le aspettative di tassi d’interesse elevati più a lungo.
La riunione della Federal Reserve e la pubblicazione del PCE saranno due passaggi importanti per capire se queste pressioni siano destinate a intensificarsi oppure ad attenuarsi.
Sul fronte tecnico, la tenuta dei supporti e la capacità di recuperare le prime resistenze saranno elementi fondamentali per valutare un eventuale miglioramento del quadro.
Dall’altra parte, però, la domanda delle banche centrali rimane storicamente elevata e gli ETF hanno registrato afflussi significativi anche durante la correzione di settembre.
Sono forze che possono muoversi in direzioni opposte e che rendono particolarmente delicata l’interpretazione del momento attuale.
Non darei quindi per scontata una ripartenza immediata, così come eviterei di decretare prematuramente la fine del ciclo rialzista.
Continuerò a seguire con attenzione i dati macroeconomici, l’evoluzione del dollaro, i rendimenti obbligazionari, i flussi degli ETF e gli acquisti delle banche centrali, senza trascurare i segnali che arriveranno dal grafico.
Perché una cosa è osservare un mercato che scende. Un’altra è stabilire che tutte le ragioni che lo avevano spinto a salire siano venute meno.
E allora, siamo davvero di fronte alla fine del grande rally dell’oro?
di Giuseppe Lauria, Commodities Strategist.