Finanza comportamentale: quando la mente conta più dei numeri

Bruno Nappini Bruno Nappini - 31/08/2026 10:58

Finanza comportamentale: quando la mente conta più dei numeri

Per molti anni la teoria economica tradizionale ha immaginato l’investitore quasi come una macchina perfettamente razionale: raccoglie le informazioni disponibili, valuta rischi e opportunità e alla fine sceglie sempre ciò che massimizza il proprio interesse. Un personaggio impeccabile. Peccato che questo investitore, nella vita reale, sia piuttosto difficile da incontrare.

Le persone vere hanno paura, si entusiasmano, ricordano le esperienze passate, dimenticano quelle che fanno loro meno comodo, si affezionano alle proprie convinzioni e, soprattutto, non dispongono mai di tutte le informazioni necessarie. Anche quando le informazioni sono disponibili, non è affatto detto che vengano interpretate correttamente.

Ed è proprio da questa semplice constatazione che nasce la finanza comportamentale: dall'incontro fra economia, finanza e psicologia. Il suo obiettivo non è dimostrare che gli investitori siano irrazionali, ma capire perché persone normalmente ragionevoli possano prendere decisioni finanziarie poco razionali e, soprattutto, perché certi errori tendano a ripetersi.

Pensiamo a una situazione molto comune. Compriamo un titolo a 100 euro convinti che salirà. Il prezzo arriva a 110 e cominciamo immediatamente a pensare: “Meglio vendere, prima che torni indietro”. Lo stesso titolo scende invece a 90 e improvvisamente diventiamo investitori di lunghissimo periodo: “Aspetto, tanto prima o poi recupera”. Curioso, vero? Quando guadagniamo abbiamo paura di perdere il profitto; quando perdiamo siamo spesso disposti ad aspettare e persino ad aumentare il rischio pur di non trasformare quella perdita virtuale in una perdita reale.

La finanza comportamentale studia esattamente fenomeni come questo.

Il nostro cervello, infatti, deve prendere ogni giorno migliaia di decisioni e per riuscirci utilizza delle scorciatoie mentali chiamate euristiche. Sono utilissime nella vita quotidiana perché ci permettono di decidere rapidamente senza analizzare ogni volta tutte le informazioni disponibili. Il problema nasce quando queste scorciatoie vengono applicate a situazioni complesse e incerte come i mercati finanziari. A quel punto possono produrre errori sistematici, i cosiddetti bias cognitivi.

Uno dei più diffusi è l'overconfidence, cioè l'eccessiva sicurezza nelle proprie capacità. Dopo tre operazioni consecutive chiuse in profitto è sorprendentemente facile convincersi di aver finalmente “capito il mercato”. Dopo la quarta magari aumentiamo anche la posizione. Alla quinta scopriamo che forse il mercato non aveva ricevuto la comunicazione riguardo alla nostra improvvisa genialità.

La battuta nasconde un problema molto serio. Una sequenza positiva può dipendere dalla capacità, ma anche dalle condizioni favorevoli del mercato o semplicemente dal caso. Il nostro cervello tende invece ad attribuire i successi alle nostre qualità e molto più facilmente gli insuccessi alla sfortuna, alla FED, alle trimestrali, agli algoritmi o a qualche misterioso operatore che sembrava aspettare proprio il nostro ingresso.

Un altro errore frequente nasce dalla confusione tra familiarità e conoscenza. Conosciamo da sempre il nome di una società, utilizziamo ogni giorno i suoi prodotti oppure sentiamo continuamente parlare di un determinato settore e finiamo per percepirlo come meno rischioso. Ma conoscere il marchio di un'automobile non significa necessariamente conoscere il bilancio della società che la produce. Utilizzare uno smartphone tutti i giorni non significa essere automaticamente in grado di valutare correttamente l'azienda che lo vende.

La familiarità ci dà sicurezza. E la sicurezza, sui mercati, viene facilmente scambiata per competenza.

Il grande passo avanti nello studio di questi comportamenti arrivò con Daniel Kahneman e Amos Tversky e con la Teoria del Prospetto, o Prospect Theory. I due studiosi mostrarono che le persone, quando devono decidere in condizioni di incertezza, non ragionano semplicemente sulla base del risultato economico finale. Conta moltissimo il modo in cui quel risultato viene percepito rispetto a un punto di riferimento.

Uno degli esempi più semplici riguarda il cosiddetto effetto certezza. Immaginiamo di poter scegliere tra ricevere sicuramente 800 euro oppure avere il 90% di probabilità di riceverne 1000. Molte persone preferiranno gli 800 euro. La certezza esercita infatti un'attrazione particolare: un guadagno sicuro viene percepito diversamente da un guadagno soltanto probabile, anche quando l'alternativa può apparire matematicamente interessante.

Ma proviamo a capovolgere il problema. Dobbiamo scegliere tra perdere sicuramente 800 euro oppure avere il 90% di probabilità di perderne 1000 e il 10% di non perdere nulla. Improvvisamente molte persone diventano più disponibili a rischiare.

È il cosiddetto effetto riflessione: davanti ai guadagni tendiamo frequentemente a diventare prudenti, mentre davanti alle perdite possiamo trasformarci in giocatori molto più aggressivi. Ed è qualcosa che chi opera sui mercati conosce bene: prendere rapidamente un piccolo profitto e lasciare correre una perdita nella speranza che “prima o poi torni” è probabilmente una delle manifestazioni più comuni di questo meccanismo.

C'è poi l'effetto isolamento. Quando una decisione è complessa tendiamo a semplificarla concentrandoci soltanto sugli elementi che ci sembrano più importanti e trascurando il resto. È come comprare una casa perché ci siamo innamorati del terrazzo dimenticandoci di controllare il tetto. Sui mercati può significare acquistare un titolo perché gli utili stanno crescendo senza considerare il prezzo già pagato dal mercato, l'indebitamento, la volatilità o il rischio complessivo dell'investimento.

A tutto questo si aggiunge il framing, cioè il modo in cui un'informazione viene presentata. Dire che una strategia ha avuto successo nell'80% dei casi produce psicologicamente un'impressione diversa dal dire che ha fallito nel 20%, nonostante le due frasi descrivano esattamente la stessa cosa. Anche investitori esperti possono essere influenzati dalla cornice nella quale viene presentata una decisione.

La questione centrale diventa allora un'altra: conoscere questi bias permette di eliminarli?

Purtroppo no. Sapere che esiste l'overconfidence non ci rende immuni dall'eccessiva sicurezza, esattamente come sapere che mangiare troppo fa ingrassare non rende automaticamente meno invitante una fetta di torta.

La conoscenza però permette di costruire delle difese.

Un metodo di investimento, regole definite prima di entrare a mercato, dimensionamento delle posizioni, gestione del rischio e criteri oggettivi di uscita servono anche a questo: ridurre lo spazio lasciato alle decisioni emotive. Più una decisione viene improvvisata sotto pressione, maggiore è la probabilità che siano paura, avidità, speranza o eccessiva sicurezza a prendere il comando.

Ed è probabilmente questa la lezione più importante della finanza comportamentale. Per investire meglio non basta conoscere i mercati. Bisogna imparare a conoscere anche se stessi.

Perché davanti a un grafico abbiamo spesso l'impressione di osservare il comportamento degli altri investitori. In realtà, almeno in parte, quel grafico è anche lo specchio delle nostre paure, delle nostre aspettative e dei nostri errori.

Il mercato non è popolato da robot perfettamente razionali, ma da esseri umani. Ed è proprio per questo che comprenderne la psicologia può essere importante quasi quanto comprenderne i numeri.

 

Bruno Nappini by Sunnymoney

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