Vendere ciò che è in perdita per comprare qualcosa che recuperi più in fretta non è un trucco contabile: è una scelta di struttura. Guida alle modalità di switch con i certificati
Il problema, prima della soluzione
C'è un'asimmetria che ogni investitore conosce a memoria ma che continua a sorprendere: una perdita del 50% non si recupera con un guadagno del 50%, ma con un raddoppio. Chi ha comprato un titolo a 10 euro e se lo ritrova a 5 ha bisogno di un +100% per tornare al punto di partenza. Se la perdita è del 30%, serve un +43%. Se è del 60%, serve un +150%.
È un'aritmetica banale che diventa una trappola psicologica. Perché l'investitore, davanti a quel numero, tende a fare l'unica cosa che non richiede decisioni: aspettare. Il titolo tornerà. Prima o poi. E intanto la posizione resta lì, immobile, a occupare capitale.
Il punto è che quel "prima o poi" non è una strategia. Nessuno sa se il titolo tornerà ai valori pre-crollo, né quando. E mentre si aspetta, il capitale non lavora.
Lo switch to recovery è la risposta strutturata a questo problema. In una riga: non serve a far salire il titolo più in fretta, serve ad abbassare l'asticella. Invece di aspettare che l'azione torni a 10, si costruisce una posizione che restituisce il capitale iniziale anche se l'azione si ferma a 7. Il movimento richiesto al sottostante diventa molto più piccolo, e quindi (almeno sulla carta) molto più probabile.
Come funziona meccanicamente lo switch
Il meccanismo di base è più semplice di quanto il nome suggerisca, e ha una caratteristica che lo rende praticabile a chiunque: non richiede capitale aggiuntivo.
Si parte da 10.000 euro investiti che oggi ne valgono 5.000. Si vende la posizione — che siano azioni o un certificato — incassando quei 5.000 euro. Si reinvestono gli stessi 5.000 euro in un certificato costruito per riportarli a 10.000. Nessun esborso ulteriore, nessuna media al ribasso, nessun raddoppio dell'esposizione.
Ed è qui che si capisce perché molti certificati recovery vengono emessi sotto la pari, a 55, 60 o 65 euro invece che a 100. Non è una scelta estetica: il prezzo di emissione è calibrato per accogliere esattamente posizioni che oggi valgono la metà di quanto investito. Il prodotto nasce come contenitore dello switch. Chi entra a 50 e vede il certificato rimborsare 100 ha recuperato tutto, senza che il sottostante abbia dovuto fare il percorso inverso del crollo.
C'è anche una dimensione psicologica che vale la pena riconoscere: lo switch mantiene una continuità. Non si abbandona la propria tesi d'investimento, la si trasferisce su uno strumento che la esprime meglio. Per molti investitori questa è la differenza tra prendere una decisione e non prenderla affatto.
Cosa valutare, le quattro semplici regole
Non tutti i certificati anche se presentano una perdita sul nominale, dovrebbero essere oggetto di switch.
- Distinguere la perdita tecnica — il certificato è sceso per volatilità implicita, time value e distanza dalla barriera, ma a scadenza rimborserebbe comunque il nominale — dalla perdita strutturale, in cui il worst of ha compromesso il payoff. È il bivio che determina tutto il resto: solo nel secondo caso lo switch è quasi obbligato.
- Misurare il punto di non ritorno. Distanza del worst of dalla barriera, tempo residuo, cedole ancora incassabili, memoria già accumulata, probabilità residua di autocall. Guardare l’analisi di scenario è fondamentale, se il certificato non ha più asimmetria è ormai lineare e il gap dal livello barriera non è coerente con la durata residua del certificato, lo switch è d’obbligo.
- Prezzare il "non fare nulla". Calcolare il rimborso teorico a scadenza in scenario di lateralità e il rendimento implicito dal prezzo corrente. È il benchmark: il nuovo prodotto deve battere questo numero, non il prezzo di carico. Attenzione poi anche ad un altro aspetto, quando si è in situazione di OTM (Out of The Money) il time decay lavora contro di te. Questo è un elemento da tenere sempre in considerazione.
- Confrontare su griglia di scenari, non su un singolo scenario. Almeno –30% / –10% / lateralità / +10% / +30%: il nuovo prodotto deve dominare il vecchio nella maggioranza dei casi, non solo nello scenario che si spera. Di norma la best practices è quella di allungare la scadenza, cercando quindi di aumentare l’area di guadagno anche in una fase laterale
Più in generale, proviamo anche a dare delle regole di gestione anche guardando semplicemente il prezzo del certificato:
- 90-95 (in % del nominale): perdita fisiologica, non si interviene
- 80-90 : si valuta se la perdita è temporanea e si controlla il payoff e l’analisi di scenario a scadenza del certificato
- <80 si inizia a considerare lo switch
Il caso Stellantis
E’ tra i sottostanti più utilizzati nei certificati di investimento. Nel solo panorama dei certificati di investimento a capitale protetto condizionato, il titolo Stellantis compare come sottostante (singolo o nel basket worst of) nel 15,77% dei casi. E’ di fatto diventata una storia di turnaround aziendale, sono passate tre poche differenti da Marchionne, Manley, Tavares per arrivare al reset aziendale con il piano FaSTLane 2030 di Filosa, dolorosissimo inizialmente ma dalle ottime potenziali prospettive di ripresa. Non lo abbiamo detto prima, lo switch-to-recovery non deve necessariamente riguardare sempre lo stesso sottostante sia in uscita (la vendita) che in entrata (l’acquisto del nuovo certificato recovery). Il drawdown inesorabile del titolo impone questa riflessione. Tutti gli switch fatti in passato non hanno portato al risultato ma ora, a questi livelli, paradossalmente non c’è sul mercato un titolo che proviene da questo tipo di perdita dai massimi assoluti che abbia oggi prospettive migliori di crescita.
Le fasce di intervento per scegliere il recovery: area 60 (in % sul nominale o sul capitale investito)
Per ogni fascia di prezzo del certificato posseduto o più in generale per ogni percentuale di perdita sul nominale se si proviene dall’investimento diretto sul sottostante, si deve scegliere il certificato adatto allo switch. Le caratteristiche “tecniche” da avere le abbiamo elencate prima, ma se abbiamo bisogno di uno switch con coerenza “psicologica” perfetta, dobbiamo trovare anche la medesima fascia di prezzo per non andare a impiegare capitale aggiuntivo. Nell’approfondimento video che verrà pubblicato sul canale Youtube di FreeFinance troverete l’elenco esaustivo di tutte le fasce di prezzo, ma in questo articolo vogliamo concentrarci sulla trade più affollata, ovvero l’area del 60%. Si proviene infatti da una perdita nell’ordine del 40% e questa operazione di switch, solo in uno scenario laterale, consentirebbe di riportare il prezzo di carico medio di Stellantis molto vicino alla soglia degli 8 euro, senza necessariamente chiedere al titolo di mettere a segno un +70% dai correnti 4,71 euro.
Tra le strutture dotate di queste potenzialità, in grado quindi a facilitare il recupero delle perdite pregresse, troviamo un inedito DiscountExpress Recovery con codice ISIN IT0006778218 targato Marex, con prezzo di emissione 635,80 euro e scadenza prevista per il 6 settembre 2029 (durata pari a tre anni); il prodotto che oggi quota 642,79 euro è legato all’andamento di un basket worst of composto da Stellantis, Alibaba e Tesla, prevedendo un valore di rimborso pari a 1.000 euro qualora, alla data di rilevazione finale del 6 settembre 2029, tutti i titoli rilevino al di sopra delle rispettive barriere (poste al 60% degli strike). In caso contrario, il rimborso del valore nominale verrebbe diminuito della sua performance negativa, che verrebbe calcolata a partire dallo strike price.

Fonte: FreeFinancePRO
Bisogna anche osservare come in questo caso l’emissione del prodotto al di sotto della pari consentirebbe di ammortizzare le perdite in caso di un evento barriera: nello scenario di un -50% da parte dell’attuale worst of, la performance negativa sarebbe limitata ad un -26,3% circa. D’altro canto, acquistando il prodotto sui prezzi attuali, è possibile ottenere un rendimento a scadenza del 55,5%, equivalente ad un 18,3% circa in termini annualizzati.
Rendimento annualizzato che salirebbe ancora (fino al 25,15% circa) qualora l’investimento si chiuda anzitempo: il prodotto prevede infatti la possibilità, a partire dalla data di osservazione del 28 agosto 2028 e per le successive date a cadenza semestrale, di rimborso anticipato del valore nominale, pari a 1.000 euro, qualora tutti i titoli rilevino al di sopra del 100% dei rispettivi valori di riferimento iniziali.
Un paio di caratteristiche importanti da portare a casa. Il prodotto è “recovery”, emesso sotto la pari (“discount) e non paga cedole. La profondità dello sconto è direttamente proporzionale a tre cose: la scadenza, l’assenza di cedole periodiche, l’autocall ritardato nel tempo (primo autocall dopo 2 anni). L’Express nel nome commerciale è proprio legato a questo aspetto, il boost sta chiaramente sulla scadenza anticipata, ma il buffer barriera ovvero l’area di guadagno è molto ampia (attualmente da -37% in su) anche per via di una barriera al 60% agganciata su tre asset del worst of. In passato prodotti similari avevano barriere al 65% e legati a basket worst of a 4, con rischi chiaramente differenti.
In conclusione, il certificato firmato Marex può essere un candidato ideale per switch che interessino certificati con quotazione tra 58 e 65 euro o posizioni lineari sul sottostante con prezzo di carico nell’area degli 8 euro. Per entrambi, ribadiamolo ancora una volta, si acquista tempo e buffer di asimmetria. Si recupera il 55,5% del capitale (questo è il rendimento del certificato a scadenza, senza autocall anticipata) solo in una condizione di lateralità. Tre rischi perché non c’è solo Stellantis, ma su questa fascia di prezzo senza andare su scadenze 2030 o 2031 non si trova altro.
A cura di Giovanni Picone
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