Siamo davvero razionali quando investiamo?
La teoria dell’utilità attesa spiegata senza formule
Immaginate questa situazione: vi offrono 100 euro sicuri oppure la possibilità di lanciare una moneta. Se esce testa ne prendete 220, se esce croce non prendete niente. Cosa scegliete? Sembra una domanda banale, ma dietro c’è buona parte di quello che succede nella nostra testa quando dobbiamo prendere decisioni con il denaro. La teoria dell’utilità attesa nasce proprio per cercare di spiegare come dovrebbe comportarsi una persona razionale davanti a una scelta incerta: valutare i possibili risultati, attribuire loro una probabilità e scegliere l’alternativa che offre il miglior rapporto tra beneficio e rischio. In teoria dovremmo comportarci un po’ come una calcolatrice. Il problema è che, quando entrano in gioco soldi, paura e speranze, il nostro cervello assomiglia spesso più a un tifoso allo stadio.
Uno dei concetti fondamentali è quello di utilità. Una parola complicata per dire una cosa molto semplice: il valore che attribuiamo al denaro non dipende soltanto dalla quantità di denaro. Provate a regalare 1000 euro a una persona che possiede 2000 euro e poi gli stessi 1000 euro a un miliardario. La cifra è identica, ma difficilmente produrrà lo stesso effetto. Il denaro ha quindi un valore matematico, ma noi gli attribuiamo anche un valore psicologico. E proprio qui iniziano molti dei problemi dell’investitore.
I modelli economici tradizionali immaginano una persona che raccoglie informazioni, valuta probabilità, rendimento e rischio e poi decide razionalmente. Bellissimo. Poi arriva il mercato vero. Un titolo sale del 30% e improvvisamente tutti lo vogliono comprare. Scende del 30% e molti non vogliono più sentirne parlare. Eppure, paradossalmente, quando costava di più sembrava irresistibile e quando costa meno fa paura. Se al supermercato trovassimo il prosciutto scontato del 30% probabilmente ne compreremmo due etti in più. In Borsa capita spesso il contrario: compare il cartello “-30%” e scappiamo dal negozio.
Questo accade perché non decidiamo soltanto sulla base dei numeri. Entrano in gioco paura, avidità, esperienza personale, ricordi, convinzioni e soprattutto ciò che è appena successo. Se il mercato sale da anni iniziamo facilmente a pensare che continuerà a salire. Compriamo, guadagniamo. Ricompriamo, guadagniamo ancora. A quel punto il passaggio mentale è rapidissimo: “Ho capito come funziona”. Dice il mio Roberto: “Quest’anno ha fatto l’uovo anche il gallo”. È una battuta, ma descrive perfettamente certi periodi di mercato. Quando tutto sale è difficilissimo distinguere la bravura dal semplice fatto di avere avuto il vento alle spalle. La vera gestione del rischio comincia quando il vento cambia.
Gli economisti si accorsero presto che le persone non si comportavano sempre come previsto dalla teoria. Maurice Allais mostrò, con il celebre paradosso che porta il suo nome, quanto siamo attratti dalla certezza. Molti preferiscono infatti un guadagno sicuro anche quando un’alternativa più incerta potrebbe offrire un rendimento atteso migliore. Daniel Ellsberg evidenziò invece un’altra caratteristica molto umana: non ci piace ciò che non riusciamo a quantificare. Preferiamo spesso un rischio conosciuto a uno sconosciuto. È quella che viene chiamata avversione all’ambiguità. Nei mercati succede continuamente. Una persona può accettare tranquillamente forti oscillazioni su un titolo che possiede da vent’anni e considerare invece pericolosissimo uno strumento molto più diversificato semplicemente perché non lo conosce. Il rischio percepito e il rischio reale non sono necessariamente la stessa cosa.
Le cose diventano ancora più interessanti quando perdiamo denaro. Immaginiamo di aver comprato un titolo a 100 euro e di vederlo scendere a 70. La domanda razionale dovrebbe essere: “Alle condizioni attuali questo investimento continua ad avere senso?”. Molto più spesso, invece, ci diciamo: “Aspetto che torni a 100 e poi vendo”. Perché proprio 100? Per il mercato quel numero non significa assolutamente nulla. Non sa dove abbiamo comprato e, soprattutto, non gliene importa niente. Siamo noi ad aver trasformato il nostro prezzo di acquisto in un punto speciale. Il titolo non deve più essere valutato: deve “ridarci i nostri soldi”. È uno dei motivi per cui tante persone vendono rapidamente ciò che sta guadagnando e tengono invece per anni ciò che sta perdendo.
Tutto questo non significa che matematica, probabilità e modelli siano inutili. Al contrario, sono strumenti fondamentali. Ma un investitore deve ricordarsi che il mercato è fatto anche di esseri umani e che uno degli esseri umani più difficili da gestire è proprio quello che vede ogni mattina allo specchio. La finanza comportamentale nasce proprio dallo studio di queste contraddizioni: sappiamo che dovremmo comportarci in un certo modo, ma spesso facciamo esattamente il contrario.
C’è poi una domanda che quasi tutti fanno quando valutano un investimento: “Quanto posso guadagnare?”. Quanto potrebbe salire? Quanto renderebbe se andasse bene? E se raddoppiasse? Sono domande comprensibili, ma raccontano soltanto metà della storia. La domanda più importante sarebbe: “Cosa succede se ho torto?”. Se compro qualcosa perché penso che possa guadagnare il 20%, dovrei sapere anche cosa farò se perderà il 10%, il 20% o il 30%. E dovrei deciderlo prima, non mentre il mercato sta crollando. Decidere dove si trova l’uscita di sicurezza quando la stanza è già piena di fumo non è mai una grande strategia.
La teoria dell’utilità attesa può sembrare un argomento da università, ma alla fine contiene una lezione semplicissima per qualsiasi risparmiatore: prima di investire bisogna cercare di separare ciò che sappiamo da ciò che speriamo. “Questo titolo salirà” è una previsione. “Questo titolo potrebbe anche scendere molto e so già come gestirò quella situazione” è gestione del rischio. Sono due cose completamente diverse.
Investire bene, infatti, non significa indovinare sempre cosa farà il mercato. Nessuno può farlo. Significa costruire decisioni nelle quali anche la possibilità di avere torto sia stata presa in considerazione. Paura, avidità, entusiasmo e rimpianto non possono essere eliminati: fanno parte di noi. Possiamo però evitare che siano sempre loro a decidere. Ed è forse questa la lezione più utile della teoria dell’utilità attesa: prima ancora di imparare a conoscere il mercato, dobbiamo imparare a conoscere il modo in cui noi stessi reagiamo al rischio. Sui mercati, spesso, il vero avversario non è il prezzo. Siamo noi.
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