Le pensioni cambiano tra meno di tre mesi. O meglio, quelle complementari legate al TFR.
Finora il contributo versato dal datore di lavoro seguiva le regole attuali, ma dal 1° luglio 2026 la situazione sarà diversa per i lavoratori con TFR.
Vediamo nel dettaglio cosa cambia e quali possono essere i pro e contro di questa novità per chi è al lavoro oggi e guarda alla pensione di domani.
Per saperne di più in merito all'argomento, consigliamo di approfondire al meglio la questione con questo video YouTube, con ringraziamento al canale di Informativa INPS.
Cosa cambia dal 1° luglio per i lavoratori con TFR
Dal 1° luglio 2026, per i nuovi assunti del settore privato il TFR non resterà più automaticamente in azienda.
Con la riforma della previdenza complementare entra infatti in gioco il meccanismo del silenzio-assenso. Per farla breve, si viene iscritti automaticamente al fondo pensione previsto dal contratto collettivo, a meno che non si scelga diversamente entro 60 giorni.
All’atto dell’assunzione, l’azienda fornirà un’informativa e scatterà un periodo di 60 giorni per chiedere esplicitamente di lasciare il TFR in azienda.
Se non arriva alcuna risposta, l’adesione al fondo scatterà in automatico; e si finirà nel fondo previsto dal CCNL oppure, in assenza, in una forma residuale.
Un vero cambio di paradigma rispetto al passato: se prima l’inerzia permetteva di mantenere il TFR in azienda, da luglio lo indirizzerà verso la previdenza integrativa.
Tra l'altro, l’ingresso nel fondo di categoria non riguarda solo il TFR: se lo prevede il contratto, si attiva anche un contributo aggiuntivo a carico del datore di lavoro. Un beneficio che non esiste lasciando il TFR in azienda e che, di fatto, rappresenta una quota in più di retribuzione differita.
Pro e contro della novità per i lavoratori con TFR
Principale vantaggio del TFR in pensione è quello di un carico fiscale più leggero già nell’anno d’imposta. Sul fronte delle tasse, i versamenti volontari alla previdenza complementare sono deducibili dal reddito imponibile fino a 5.300 euro annui (nuovo tetto introdotto con la Manovra 2026).
Tradotto: ogni euro versato entro questa soglia riduce il reddito su cui si pagano le imposte, abbassando così l’IRPEF dovuta.
A questo si aggiunge un altro pro: il contributo del datore di lavoro, quando previsto dal contratto collettivo. Una quota extra che, di fatto, incrementa la retribuzione differita e rende più conveniente l’adesione al fondo.
Il combinato tra contributo aggiuntivo e vantaggio fiscale genera così un vero effetto leva, che migliora nel tempo il rendimento complessivo della posizione previdenziale.
Passando agli svantaggi, a detta del Giornale, la riforma potrebbe aprire maggiormente la strada agli investimenti nei fondi gestiti da banche e assicurazioni, che in molti casi offrono rendimenti potenzialmente più elevati, ma anche costi più alti.
E proprio sui costi il divario è evidente: i fondi negoziali restano i più convenienti, con un indicatore sintetico di costo (ISC) medio a 10 anni intorno allo 0,49%, riferisce il Giornale. Si sale invece all’1,35% per i fondi aperti e fino al 2,17% per i PIP.
Nel comparto obbligazionario, questi ultimi possono arrivare a un ISC dell’1,94%; e a fronte di un rendimento netto del 3%, al risparmiatore resterebbe poco più di un punto percentuale.
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Cosa conviene fare per la propria futura pensione
La cosa migliore da fare è analizzare con attenzione i rendimenti netti offerti dal mercato, insieme alle prospettive di inflazione e tassi d’interesse.
Scegliere un fondo pensione basandosi solo sulle performance passate può essere utile, ma resta poco affidabile: i rendimenti non sono costanti nel tempo e chi ha fatto meglio in un certo periodo spesso tende a fare peggio in quello successivo.
Molto più solida, e con effetti concreti sul capitale accumulato, è invece la valutazione dei costi, come già evidenziato. Non a caso, secondo la COVIP, un punto percentuale di costo in meno può tradursi, su un orizzonte di 35 anni, in una pensione fino al 20% più alta.
Per questo conviene muoversi in anticipo, informarsi e scegliere con consapevolezza: rimandare può significare ritrovarsi con meno margini di scelta quando sarà ormai troppo tardi.