In meno di dieci anni l?Italia potrebbe trovarsi con quattro milioni di lavoratori in meno. A delineare questo scenario è un?analisi di ADAPT, basata su dati ISTAT.
In particolare, la pubblica amministrazione, la scuola e l?industria potrebbero registrare una perdita del 18,6% degli occupati, lasciando vacanti posizioni chiave per il funzionamento di questi settori.
Ma non è l?unico problema: con l?aumento imponente della platea previdenziale, anche il sistema stesso rischia di subire pressioni ancora maggiori rispetto a oggi.
Vediamo quale potrebbe essere la situazione nei prossimi dieci anni e quali rischi si prospettano per il sistema Paese (e per i contribuenti).
Per saperne di più in merito all'argomento, consigliamo di approfondire al meglio la questione con questo video YouTube, con ringraziamento al canale di be Curious Finance.
Pensioni in Italia, 4 milioni di lavoratori in meno nei prossimi 10 anni: l'analisi di ADAPT
Dalla PA, all'istruzione, fino alla manifattura: sono diversi i settori che si "svuoteranno" nei prossimi anni, secondo i dati ADAPT riportati anche dal Sole 24 Ore.
Nel caso della manifattura, oggi, i lavoratori tra i 55 e i 64 anni nel settore sono 872mila: saranno loro a uscire dal mercato del lavoro entro dieci anni. Considerando che la manifattura conta poco più di 4,2 milioni di occupati (tra 15 e 64 anni), si tratta di una perdita potenziale di circa il 20%.
Non va meglio nella pubblica amministrazione, e in particolare nell?istruzione, dove i 55-64enni superano il mezzo milione. Con un totale di 1,6 milioni di occupati, la riduzione potenziale raggiunge il 32%, cioè quasi un terzo del personale.
Oltre alla PA e all'istruzione, altri settori esposti a questo "esodo previdenziale" sono ad esempio quello domestico, ossia le attività di famiglie come datori di lavoro domestico. Di contro, comparti come alloggio e ristorazione (circa 15%), servizi di informazione e comunicazione (16%) e attività artistiche (18%) risultano più resilienti.
Considerando anche l?effetto delle "culle vuote?, con nascite stabilmente sotto le 400mila, la stima complessiva indica che gli occupati tra 15 e 64 anni potrebbero scendere da 23,1 milioni a 18,8 milioni, una riduzione netta di circa 4,3 milioni di unità, pari al 18,6% in dieci anni.
Pensioni in Italia, cosa si rischia se oltre 4 milioni si ritirano dal lavoro entro 10 anni
Per il sistema Paese, un?ondata massiccia di pensionamenti non compensata da un pari numero di nuove assunzioni potrebbe trasformarsi in un problema sistemico, con pesanti ripercussioni soprattutto sul fronte finanziario delle casse dello Stato.
Oggi, in Italia ci sono circa 26,6 milioni di lavoratori (con almeno una settimana di contribuzione registrati dall?INPS), mentre i pensionati sono circa 16,3 milioni.
Con una proiezione di quasi 4 milioni in più nella platea previdenziale nei prossimi dieci anni, la parte della popolazione che lavora (e versa contributi per finanziare il sistema previdenziale) si assottiglierebbe ulteriormente, il che ridurrebbe la capacità del sistema di sostenerne i costi senza ricorrere a scelte difficili.
Ed è proprio qui il problema per il Paese: meno lavoratori attivi significa meno contributi versati, il che costringerebbe lo Stato a indebitarsi di più per garantire le pensioni future, a meno di non adottare misure come riduzioni degli importi, innalzamento dell?età pensionabile o restrizioni ai criteri di accesso alle prestazioni.
Ma il nodo non è soltanto finanziario: è anche di tipo socio?sanitario e demografico. Una popolazione che invecchia richiede un più rapido ricambio generazionale, oltre che maggiori opportunità per i giovani di entrare nel mondo del lavoro.
Senza questo ricambio, il saldo netto degli occupati rischia di rimanere negativo non solo tra dieci anni, ma anche negli anni successivi.

Pensioni in Italia, cosa fare se oltre 4 milioni si ritirano dal lavoro: le soluzioni
Va detto che le proiezioni attuali potrebbero cambiare: eventuali riforme pensionistiche o una maggiore permanenza volontaria al lavoro dei 55-64enni potrebbero infatti ridurre l?entità della flessione prevista.
L?allarme, tuttavia, resta, e con esso la necessità di individuare soluzioni concrete. Tra le possibili strategie c?è l?inserimento dei giovani nel mercato del lavoro, a partire dai circa 1,4 milioni di NEET.
Un altro fronte è l?occupazione femminile: come riporta il Sole, nella fascia 15-64 anni, a dicembre 2025, il tasso era al 54%, oltre 12 punti sotto la media europea. Nel Mezzogiorno scende addirittura al 43,1%, con le donne che rappresentano circa due terzi di chi non lavora e ha rinunciato a cercare occupazione.
A sua volta, un altro fronte è quello dei migranti, che nel 2024 gli stranieri rappresentavano il 10,5% dell?occupazione totale. L'urgenza è in questo caso di rendere più attrattiva l?Italia per i lavoratori stranieri, soprattutto per quelli qualificati.
Non va dimenticata la sfida dei lavoratori senior: secondo il centro studi Itinerari Previdenziali, il tasso di occupazione tra i 55 e 64 anni è al 58,2%, contro il 64,4% della media UE e il 74% e oltre dei Paesi del Nord Europa. Occorrerebbe dunque favorire la permanenza al lavoro dei senior, non solo con bonus e tagli alle uscite anticipatorie.
In sintesi, se si riuscisse a lavorare su questi fronti, si potrebbe attenuare la perdita progressiva dei lavoratori attuali e contribuire a mantenere un equilibrio sostenibile per le casse previdenziali.