Molti lavoratori rischiano presto di trovarsi davanti a una scelta difficile: continuare a lavorare fino a 49 anni e due mesi prima di poter andare in pensione, oppure lasciare il lavoro con oltre 43 anni di contributi accettando però una riduzione permanente dell?assegno previdenziale.
Questo è il bivio previdenziale che emerge dall?analisi dell?Osservatorio Previdenza della CGIL sulle ultime modifiche al sistema pensionistico, ma solo per alcune categorie di dipendenti.
C'è da dire infatti che al momento gli effetti più pesanti riguardano soltanto una parte dei lavoratori, inoltre non mancano possibili soluzioni per limitare o evitare le penalizzazioni previste.
Per saperne di più in merito all'argomento, consigliamo di approfondire al meglio la questione con questo video YouTube, con ringraziamento al canale di Riccardo Rizza.
Pensione sempre più lontana (e bassa) per questi lavoratori: il report CGIL
Secondo il report firmato CGIL, il mix tra revisione delle aliquote di rendimento (introdotta con la Legge di Bilancio 2024), allungamento delle finestre mobili e aumento dei requisiti legati alla speranza di vita rischia di tradursi in un doppio problema per molti lavoratori: pensioni più leggere e uscita dal lavoro sempre più lontana.
In particolare, la modifica interessa "circa 700 mila lavoratrici e lavoratori pubblici iscritti alle gestioni CPDEL, CPS, CPI e CPUG, con effetti particolarmente rilevanti sulle cosiddette carriere "miste?, ossia quelle maturate tra sistema retributivo e contributivo", si legge nel comunicato.
Parliamo infatti di lavoratori che sono entrati tra gli anni Ottanta e Novanta, e che "a causa" della loro giovane età non hanno avuto modo né di beneficiare pienamente del sistema retributivo né di rientrare integralmente nel contributivo.
Quanto si potrebbe perdere, e quanto bisognerebbe lavorare per evitare il peggio
Le stime elaborate dalla CGIL in merito alla potenziale perdita nell'assegno sono decisamente critiche.
Nel caso di una retribuzione annua di 30 mila euro, la perdita può arrivare (nei casi più penalizzati) a oltre 6 mila euro l?anno. Per redditi da 50 mila euro, la riduzione supererebbe i 10 mila euro annui, mentre per stipendi da 70 mila euro si andrebbe oltre i 14 mila euro ogni anno.
A questo si aggiunge un ulteriore elemento: l?allungamento delle finestre per la pensione anticipata. Dal 2028, per le gestioni coinvolte, la finestra mobile dovrebbe arrivare fino a 9 mesi. In pratica, anche dopo aver maturato i requisiti contributivi, sarà necessario continuare a lavorare prima dell?uscita effettiva dal sistema.
Sempre riprendendo le simulazioni della CGIL, un lavoratore nato nel 1968 e assunto a 19 anni maturerebbe i requisiti contributivi nel 2030, dopo 43 anni e 4 mesi di lavoro. Tuttavia, l?uscita effettiva slitterebbe al 2031, raggiungendo così 44 anni e 1 mese di servizio a causa della finestra mobile.
Per evitare la riduzione dell?assegno, dovrebbe invece attendere la pensione di vecchiaia nel 2036, arrivando a 49 anni e 2 mesi complessivi di attività lavorativa.

Cosa fare per evitare una pensione del genere
Per evitare di ritirarsi a 49 anni, l?alternativa più immediata resta quella delle uscite anticipate, come la Pensione Anticipata (ordinaria o contributiva), oppure altre misure "speciali" come l'Ape Sociale.
Tutte soluzioni che, nella maggior parte dei casi, comportano una riduzione dell?assegno pensionistico.
Allora come fare? In questo caso, occorre fare affidamento alla previdenza complementare, ossia costruire nel tempo una propria protezione attraverso versamenti regolari, che permetta, una volta maturati i requisiti, di ritirarsi prima compensando eventuali perdite.
Una soluzione che oggi è sempre più vista come la strada maestra per fronteggiare i limiti crescenti del sistema previdenziale pubblico, e le sue regole sempre più restrittive. Ma che comunque non è priva di pro e contro, da analizzare attentamente.