Situazione Politica in Francia
- Il Primo Ministro François Bayrou ha convocato un voto di fiducia per l’8 settembre 2025, legato all’approvazione della sua manovra di bilancio per il 2026.
- Il piano, che comprende tagli per circa 44 miliardi di euro—tra cui la soppressione di due giorni festivi e il congelamento di pensioni e salari—è estremamente impopolare e rigettato da quasi tutta l’opposizione, sia dall’estrema destra (Rassemblement National) che dalla sinistra (La France Insoumise, Verdi e Socialisti).
- La maggioranza di Bayrou è fragile: il suo blocco centrista ha solo 210 seggi su 577, mentre i partiti che hanno annunciato il loro voto contrario totalizzano almeno 264 seggi. L’unico possibile sostegno potrebbe venire dai Socialisti, ma è improbabile.
- In caso di perdita del voto, lo scenario prevedrebbe le dimissioni del governo e, a discrezione del Presidente Macron, la nomina di un nuovo Primo Ministro o lo scioglimento dell’Assemblea e nuove elezioni legislative, possibili già in autunno.
- È la più grave instabilità dalla nascita della Quinta Repubblica. Dopo una serie di governi brevi (Barnier, Attal, ora Bayrou), la situazione appare sempre più precaria..
Situazione Economica e Finanziaria
- L’incertezza politica ha già avuto forti ripercussioni sui mercati: banche come BNP Paribas e Société Générale hanno perso oltre il 6% in borsa, mentre l’indice CAC 40 è il peggiore indice europeo con un calo del 3%.
- Lo spread tra i titoli di Stato francesi e quelli tedeschi — nota come “premio al rischio” — è salito fino a circa 80 punti base, il livello più alto da aprile, segnale di crescente sfiducia dei mercati.
- Il deficit pubblico si attesta al 5,8% del PIL nel 2024, con l'obiettivo di ridurlo al 4,6% entro il 2026. Il debito pubblico è ormai oltre il 114% del PIL.
- Il CeO di Carrefour ha espresso preoccupazione per un possibile rallentamento dei consumi in caso di instabilità prolungata, evocando un rischio di recessione.
- Il Financial Times e altri analisti sottolineano i rischi crescenti sul piano fiscale, evidenziando che Bayrou non ha abbastanza consenso per realizzare le necessarie riforme. Opzioni alternative — come l’introduzione di un governo tecnico o l’uso di strumenti legislativi d’urgenza — vengono vagliate .
- L'inabilità di approvare una manovra credibile potrebbe aprire la porta a un intervento del Fondo Monetario Internazionale, secondo alcune voci interne al governo
Powell pronto al taglio dei tassi: la Fed tra inflazione, crescita e pressioni politiche
L’inflazione negli Stati Uniti torna a salire al 2,9%, mentre l’economia continua a sorprendere con una crescita del 3,3% e un mercato del lavoro ancora solido. In questo scenario, il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, in occasione del meeting di Jackson Hole, ha fatto intendere che il 17 settembre, nella prossima riunione del FOMC, verrà deciso un taglio dei tassi di interesse. Il mercato lo sconta con una probabilità del 90%. Una scelta che sembra rispondere più alle pressioni politiche di Donald Trump che alle reali convinzioni di Powell.
Il numero uno della banca centrale americana, infatti, avrebbe preferito mantenere una linea prudente: ridurre oggi il costo del denaro rischia di alimentare ulteriormente la corsa dei prezzi, costringendo la Fed a dover tornare sui propri passi nei prossimi mesi con nuovi rialzi. Un film già visto negli anni passati e che Powell vorrebbe evitare.
Ma le dinamiche politiche pesano. Trump, da tempo critico verso l’attuale vertice della Fed, ha più volte spinto per una politica monetaria più accomodante, utile a calare il costo dei debiti degli americani, i suoi elettori. Non è un mistero che a maggio 2025 Powell sarà sostituito, con tutta probabilità da un presidente più vicino alla Casa Bianca. Una prospettiva che rende il suo mandato sempre più complesso: il rischio è quello di lasciare una “patata bollente” al successore.
Negli ultimi mesi, l’ex presidente ha intensificato gli attacchi non solo verso Powell – accusato in passato perfino per le spese di ristrutturazione della sede della Fed – ma anche verso altri membri del Board. L’ultima nel mirino è stata Lisa Cook, bersaglio di critiche che molti analisti leggono come un chiaro avvertimento: se i governatori non assecondano la linea politica, Trump è pronto a scavare nei dossier personali per metterli in cattiva luce agli occhi degli americani.
In questo contesto, il taglio di settembre potrebbe assumere un significato diverso dal semplice intervento di politica monetaria: una mossa difensiva di Powell per proteggere la credibilità dei suoi colleghi e limitare gli attacchi politici che rischiano di minare l’indipendenza stessa della banca centrale.
La domanda che resta aperta è se la scelta si rivelerà un aiuto all’economia o se, al contrario, finirà per alimentare un nuovo ciclo inflazionistico, lasciando la Fed e il suo prossimo presidente in una situazione ancora più difficile.
Powell potrebbe fare spallucce verrebbe da pensare, ma è pur sempre ancora il Presidente della Fed con tutte le responsabilità della politica monetaria degli Stati Uniti e di tutto il mondo perché se l'America ha il raffreddore, il resto del mondo ha la febbre.
Curiosità:
Classifica globale – Rapporto debito/PIL (percentuale)
Secondo l’FMI / World Economic Outlook (aprile 2025):
- Sudan – circa 252 %
- Giappone – circa 235 %
- Singapore – circa 175 %
- Grecia – circa 142 %
- Bahrain – circa 141 %
- Maldives – circa 141 %
- Italia – circa 137 %
- Stati Uniti – circa 123 %
- Francia – circa 116 %
- Canada – circa 113 %
Altre fonti (IMF/WEO aprile 2025) riportano valori simili e confermano la top 10 con percentuali quasi identiche
Approccio alternativo: Valori assoluti
Se consideriamo l’ammontare complessivo del debito, i principali attori sono:
- Stati Uniti: circa $33–36 trilioni, tra i maggiori assoluti al mondo
- Cina: detiene circa $15–16 trilioni
- Giappone: intorno a $11 trilioni
Vale la pena sottolineare che un elevato valore assoluto non implica automatico rischio, poiché la sostenibilità dipende anche dalla capacità di ripagare, spesso legata al PIL, alla qualità del debito e alla struttura economica.
Debito delle famiglie (Household Debt)
- Debito delle famiglie = mutui, prestiti al consumo, carte di credito, finanziamenti per beni durevoli, ecc.
- Rapporto con il PIL = misura quanto questo debito pesa sull’economia nazionale.
- Un valore alto indica forte indebitamento privato, spesso legato a mutui e mercato immobiliare.
- Un valore basso suggerisce meno esposizione finanziaria delle famiglie, ma può anche riflettere mercati del credito meno sviluppati.
Secondo dati BIS / FMI / World Bank (2024 - 2025):
- Svizzera → ~125–130% del PIL
- Australia → ~110–112%
- Canada → ~100–102%
- Corea del Sud → ~90–105% (a seconda della fonte e dell’anno)
- Thailandia → ~89%
- Svezia → ~83%
- Stati Uniti → ~69%
- Italia → molto più basso, intorno al 40–45%
Tendenze recenti
- Nei paesi avanzati (es. Svizzera, Australia, Canada, Corea del Sud, Paesi Bassi, Svezia) i rapporti restano molto elevati, soprattutto per l’esposizione ai mutui immobiliari.
- In diversi mercati emergenti (es. Thailandia, Malesia, Cina) il debito delle famiglie cresce rapidamente, diventando un fattore di rischio per la stabilità finanziaria.
- In Italia e Germania, invece, i livelli sono contenuti, storicamente sotto il 60% del PIL, grazie a un minore ricorso al credito ipotecario e al risparmio privato più alto.
Implicazioni
- Rischio macroeconomico: livelli elevati possono amplificare le crisi (es. la bolla immobiliare del 2008 negli USA).
- Vulnerabilità a rialzi dei tassi: famiglie molto indebitate soffrono di più quando salgono i tassi sui mutui.
- Resilienza dei paesi: economie con forti debiti privati possono avere più difficoltà a stimolare la domanda interna in tempi di crisi.
LA SETTIMANA IN BORSA
Nonostante la stagionalità estiva, in genere pigra di rendimenti, e nonostante le paure di una inflazione da dazi, un rallentamento commerciale, lo stallo doganale con Brasile, india, Cina ed Europa, le tensioni in seno alla Fed, le guerre senza tregua, gli investitori rimangono composti e gli indici viaggiano sui massimi storici.
Europa: una settimana in rosso
La settimana è stata contraddistinta dalla crisi di governo in Francia, la seconda economia dell'Euro zona, che ha trascinato al ribasso tutti i titoli finanziari non solo francesi, orma interconnessi tra loro e non più regionali come durante la crisi del 2012 dei PIGS. Le banche si sono internazionalizzate nell'area Euro e questo causa la correlazione alle crisi dei singoli stati.
Performance settimanali degli indici europei
I principali listini europei hanno chiuso in ribasso:
- DAX (Germania): -1,86 %
- CAC 40 (Francia): -3,34 %
- FTSE MIB (Italia): - 2,57%
- FTSE 100 (Regno Unito): -1,44 %
- EURO STOXX 50: -2,46%
- MSCI Europe: -1,90 %
Novità prossima riunione della Fed
Trump ha licenziato per giusta causa Lisa Cook governatrice della Fed con il chiaro intento di sostituirla con un suo "uomo". La Cook è stata accusata di aver falsificato dei documenti per ottenere condizioni più favorevoli su un mutuo. "Il presidente Trump ha invocato una 'giusta causa' per licenziarmi, quando non ce n'è alcuna per legge, e non ha l'autorità per farlo" aveva detto subito la Governatrice della Fed Lisa Cook in una dichiarazione inviata dal suo avvocato a diversi media americani: "Continuerò a servire l'economia americana come ho fatto dal 2022". Almeno fino a quando la causa non arriverà in tribunale.
Performance settimanale degli indici Usa e mondo
I listini americani dopo aver registrato nuovi massimi storici nella giornata di giovedì hanno ripiegato nell'ultima seduta di venerdì portando gli indici ha una chiusura sostanzialmente piatta:
- S&P 500: -0,10%
- Nasdaq: -0,19%
- Russell 2000: +0,19%
- MSCI World: -0,36%
- MSCI Emerging Markets: -0,64%
- MSCI CHINA: -0,57%
Dati macro:
La settimana precedente si è chiusa con il discorso di Powell in occasione del meeting economico tenuto a Jackson Hole in cui ha palesato l'intenzione di tagliare il costo del denaro di 0,25 bp nella prossima riunione del 17 settembre. I dati macroeconomici sono in contrasto con questa possibilità con un Pil che nel secondo trimestre cresce del 3,3% e l'inflazione sale al 2,9% confermando un trend in crescita negli ultimi mesi.
Analisi tecnica e valutazioni:
I principali indici mondiali hanno raggiunto i massimi storici nonostante lo scetticismo generale, ma come si sa, il prezzo ha sempre ragione. Ora dopo i rialzi e in alcuni casi gli eccessi, si torna verso la media e settembre potrebbe essere il mese del consolidamento prima del rally di Natale.
Conclusioni
Ci sono due date da mettere in agenda per settembre, generalmente il peggiore mese dell'anno. Il voto di fiducia in Francia per l'8 settembre e la riunione della Fed in America il 17 Settembre.
Prospettive per la prossima settimana
Come scritto sopra, la prossima settimana sarà sicuramente di attesa, in particolare per il dato sull'occupazione statunitense di venerdì che potrà offrire ulteriori indicazioni relative alle decisioni di politica monetaria. Probabile che questa attesa potrebbe coincidere con le prese di beneficio dei trader più attivi motivati anche dalla stagionalità non certo esaltante di settembre che statisticamente è il mese peggiore dell'anno.